FORZA, VIRGINIA! NON FARLI ASPETTARE (LE RAGAZZE CATTOLICHE COMINCIANO TARDI)

Di Kelly Thomas

Quando gli uomini mi sentono dire che ho intenzione di restare vergine fino al matrimonio, in genere possono avere due diverse reazioni:

(a) Scappano via, gridando (b) Si limitano ad annuire, rassicurandomi che loro rispettano la mia scelta, mentre con il linguaggio non verbale sembrano voler dire “accetto la sfida”.

In genere la prima reazione è quella più comune. In effetti, quando si è diffusa la voce che io non ho rapporti occasionali, molti ragazzi hanno cominciato ad evitarmi. Sono così diventata rapidamente “quella da non prendere in considerazione per gli appuntamenti”, cioè una specie di paria. Quando il fratello minore del mio fidanzato scoprì che ci vedevamo, diede voce ai pensieri di tutti gli uomini della città:   “Aspetta. Ti vedi con Kelly Thomas? Spero tu sappia che non te la darà mai.”

Le persone che hanno il secondo tipo di reazione sono molto curiose: la vedono come una sfida. Il loro punto di vista è riassumibile con la canzone di Billy Joel “Only the Good Die Young” (NdT: “Le persone buone muoiono giovani”). Secondo queste persone, io sono la personificazione della ragazza descritta nella canzone, e come tale sono inconsapevole di cosa mi stia perdendo. Scegliendo di aderire alla religione cattolica e ai suoi dettami, penserei di restare pura e casta ma in realtà sarei solo repressa dal punto di vista sessuale.

Loro pensano quindi di avere l’obbligo morale di aprirmi gli occhi e farmi capire come stanno le cose.

Potrete immaginare facilmente che i ragazzi che si comportano così in genere sono molto sicuri di sé. Non sono abituati a farsi dire di no da una ragazza, e sono sicuri che basti utilizzare la giusta combinazione di parole, unita a una certa dose di fascino e di sorrisi per farmi cambiare idea. Peccato che si sbaglino, e di grosso.

Cercano di risolvere il rompicapo della mia castità

A dire la verità, pure io sono fin troppo sicura di me stessa, per cui pure a me capita di convincermi di poter cambiare i ragazzi intorno a me. Ovviamente, il risultato è quello che prevedeva mia madre, quando mi diceva che ormai per i ragazzi rappresento l’ultima spiaggia, quella cui si rivolgono i ragazzi respinti dalle altre, nella speranza che io cambi idea.

In particolare, posso raccontare di quella volta in cui un ragazzo particolarmente sfacciato pensò di puntare sulla mia vanità, inviandomi messaggi in cui mi spiegava come sarebbe stato “onorato” di avermi al suo fianco e subito dopo mi diceva che se avessi cambiato idea “mi avrebbe sostenuto”. Queste ultime parole mi ferirono profondamente: erano molto lontane dalle avances dei libri di Jane Austen che io sognerei di ricevere. Per cui lo ignorai.

Talvolta i ragazzi sono pure onesti. Uno di loro mi disse:   “Sei consapevole del fatto che nessun ragazzo possa sostenere la tua scelta?”   Devo riconoscergli il fatto di aver giocato a carte scoperte, ma il suo merito è tutto qui.

Altri ragazzi hanno le idee alquanto confuse circa quello che può piacere a una ragazza. È il caso di quel ragazzo che, nel corso di un appuntamento, mi rassicurò dicendomi che “non farò mai niente che una ragazza non voglia che faccia.”  Evidente pensava che sarei rimasta positivamente colpita dalla sua riluttanza a manifestare comportamenti aggressivi per chiedermi un rapporto sessuale. Si sbagliava.

Nella classifica delle espressioni più creative, il primo posto va al ragazzo che mi disse, candidamente:   “Guarda che ti farebbe un gran bene fare del sesso” per poi aggiungere   “Ovviamente non intendo dire con me. Però considera che a te farebbe un gran bene.”   Accorgendosi che questa strategia non funzionava affatto, cambiò del tutto atteggiamento e mi informò freddamente che “avevo la mente chiusa” e che per lui era “un vero peccato” che mi “chiudessi in me stessa”.

“Voglio stare con te”

Quelli di cui ho parlato erano i cavalieri con la missione di liberarmi dalla mia prigione religiosa. Non credo ci sia bisogno di dire che nessuno dei loro giri di

parole funzionava con me, mentre in compenso la semplice frase “Voglio stare con te” risultava oltremodo accattivante. Penso fosse così perché queste parole trasmettono semplicemente il nostro desiderio intrinseco di essere riconosciuti come esseri unici, e quindi amati proprio per questo nostro essere unici. Mi capita molto spesso di vedere i miei amici che hanno il mio stesso desiderio.

Nel corso del mio primo anno all’Università di Georgetown una mia amica ebbe un colpo di fulmine con un ragazzo e, nel giro di poche settimane, ci andò a letto insieme. Meno di un mese dopo, lui le spiegò che stava tornando a stare con la sua ex. La mia amica era così devastata che era dolorosissimo vederla soffrire, soprattutto perché aveva investito tanto in una relazione con cui non valeva la pena perdere tempo. Tuttavia, lui le aveva detto che la trovava bellissima e speciale, e questo era ciò che lei voleva sentirsi dire.

Un anno dopo, la mia amica si trovò nella stessa situazione con un altro ragazzo. Dalla mia stanza sentivo i suoi singhiozzi: lui le aveva detto che la voleva, ma poi l’aveva lasciata da parte quando aveva improvvisamente cambiato idea. Come se non bastasse, lei non riusciva a spiegare quanto soffrisse perché per farlo avrebbe dovuto ammettere di aver avuto rapporti sessuali occasionali, e di come questi non fossero il paradiso descritto dalle femministe. E il ciclo continuò.

Rifiutando ragazzi carini

Perché rifiuto questi ragazzi? In primo luogo, lo faccio perché sono cattolica, e come tale credo che il sesso debba restare circoscritto al Sacramento del Matrimonio. Inoltre, li rifiuto anche perché sono più che consapevole che per loro rappresenterei una palla al piede. Ho visto i miei amici distrutti nel momento in cui le loro relazioni amorose finivano, e vedendoli soffrire così, ho pensato che non vorrei soffrire come loro.

Inoltre, so che quei ragazzi, al di là della discutibile idea che hanno del “divertimento”, sono spesso molto migliori di quanto pensino. Troppi uomini, in particolar modo quelli che frequentano l’università, sono convinti che il loro valore sia dato dal numero delle ragazze che riescono a portarsi a letto. 

I ragazzi che hanno provato ad avere rapporti sessuali con me in genere non erano ragazzi cattivi. Alcuni di essi avevano delle lacune nella loro integrità morale, ma in genere erano ragazzi che semplicemente non riuscivano a capire che valevano molto di più di quanto stavano offrendo a me. Certo, non piangevano come le ragazze che abbandonavano addormentate nel letto, ma non per questo la loro situazione era meno tragica. Erano ragazzi perduti.

Considero divertenti i loro tentativi di farmi cambiare idea, a cui in genere rispondo ridendo o alzando gli occhi al cielo. Ogni volta non posso fare a meno di constatare che loro non vogliono me senza il sesso. Evidentemente io da sola a loro non basto.

Grazie a Dio, la Fede mi ha sempre tenuto sulla retta via, di pari passo con duemila anni di tradizione che mi hanno permesso di capire non solo che io “sono abbastanza” ma che merito molto di più di quello che questi poveri ragazzi possono darmi.

Per questo motivo, mi trovo colpita nell’orgoglio quando tutta la mia vanità svanisce nel nulla. Provo un certo dispiacere per loro, e per la loro impossibilità di realizzare di essere stati creati per uno scopo ben più nobile rispetto alla promiscuità sessuale che loro si vantano di aver conquistato.

Alzo gli occhi al cielo, ma allo stesso tempo prego per loro e per le ragazze che non riescono a dire loro di no. Inoltre prego anche per quanti soffrono per le delusioni amorose causate dalle loro “libere scelte”.

Kelly Thomas si è laureata nel 2015 presso l’Università di Georgetown. Attualmente è Ricercatrice presso il King’s College London e si occupa in particolare di Storia Militare. Ha 23 anni.

IL DIAVOLO SI COMPIACE

A 28 anni potevo dire di aver ottenuto diversi successi. Avevo una laurea, e avevo sposato il mio migliore amico dei tempi del college. Vivevo con lui in un appartamento in affitto tra le case di mattoni che si trovano a Brooklyn. Lui era un mago del computer, lavorava in un’azienda di Wall Street e aveva un buono stipendio. Io ero la portavoce di una grande banca statunitense. Avevamo un cane.

Lui è ebreo, cresciuto a Long Island in una famiglia non praticante. Pure la mia famiglia è originaria di lì, ma i miei sono cattolici non praticanti. Nonostante l’educazione cattolica, mia madre sostiene che i preti non abbiano il potere di perdonare i peccati. Secondo lei, i peccati di una persona sono cose personali. Mio padre è un pensionato che gioca a golf cinque giorni alla settimana.

Dunque, la religione non era una delle cose più importanti della mia vita. Marcus era ateo. Io invece non vevo una posizione ben precisa. Ci sposammo tre anni fa, con un rito officiato dal giudice di pace in un ufficio nella zona nord di New York. Fu una bella festa. Ma tre anni dopo, pur avendo ottenuto diversi successi, alcune cose della mia vita non andavano bene.

La religione non era una delle cose più importanti della mia vita. Marcus è ateo. Io invece non ho una posizione ben precisa. Ci sposammo tre anni fa, con un rito officiato dal giudice di pace in un ufficio nella zona nord di New York. Fu una bella festa.

Ad essere sincera, mio marito mi metteva in imbarazzo. Continuava a fumare marijuana, un vizio che io non avevo più dai tempi del college. Mangiava cibo spazzatura, e questo era il motivo per cui era obeso. Fumava sigarette in continuazione, e negli ultimi tempi avevo trovato delle bruciature sul legno dell’armadio. Su alcuni punti c’era qualche centimetro di cenere, che io normalmente pulivo senza dire niente. Pulire l’appartamento era il mio compito, mentre lui si occupava di portare fuori il cane. Inoltre, Marcus si era fatto crescere la barba, e aveva cominciato a portare un cappello nero. A me sembrava Che Guevara. Questi erano i motivi per cui avrei voluto che crescesse.

Avevo provato a mostrargli con discrezione come avrebbe dovuto essere un uomo maturo della sua età. Qualche tempo prima un mio collega, rampante banchiere, ci aveva invitato a cena per presentarci sua moglie, che lavora come PR. Eravamo in un posticino carino al Village. Marcus arrivò un’ora dopo, con il suo cappello alla Che Guevara, e trascorse la serata provando a stuzzicare il banchiere, che lo osservava sconcertato.

Il giorno successivo, il banchiere mi chiese dove avessi incontrato mio marito.

“È un bravo ragazzo, non fraintendermi. È solo che lui a volte è così… a modo suo”  disse, apprensivo  “Ci chiedevamo soltanto dove l’avessi incontrato.”

“Al college”  risposi, apatica. Ma dentro di me ero furente.

La sera stessa ero furibonda. Volevo che Marcus si facesse curare.

“Non so cos’hai”  gridai  “Ma hai bisogno di ridimensionarti. Subito!”

Marcus mi osservava accigliato mentre continuava a fumare. Dopo aver passato un’ora cercando di difendersi dalle mie accuse, si gettò su una sedia e cominciò a guardare fuori dalla finestra con aria torva.

“Non è colpa tua”  mugugnò, evitando il mio sguardo  “Sono io. Dovresti scappare via da me. Salvarti finché sei in tempo.”

Non avevo idea di cosa intendesse dire. Lo scoprii due settimane dopo. Il suo terapista aveva insistito affinché andassi anche io al suo ufficio durante una sua visita a Marcus. Aspettavo seduta sulla poltrona, con i miei vestiti del lavoro. Ero in ansia mentre lui strappava un foglietto dal suo blocco.

“Marcus vuole che tu sappia che lui è dipendente dalle seguenti sostanze”  disse con calma, prima di cominciare a leggere una lista. La prima parola era “cocaina”. Poi udii anche “marijuana” e “tabacco”, più altre droghe che non avevo mai sentito nominare. La verità è che non ascoltavo più.

“Marcus vuole che tu sappia che lui è dipendente dalle seguenti sostanze”  disse con calma, prima di cominciare a leggere una lista. La prima parola era “cocaina”.

Nel mentre, Marcus mi guardava con aria colpevole. Pallido e nervoso, continuava ad aggrovigliarsi i capelli con le dita. Io guardavo alle mie scarpe da ginnastica blu navy, e allo smalto chiaro sulle mie unghie corte.

“È questo il motivo per cui l’altro giorno, al parco, quel ragazzo sbandato mi si è avvicinato mentre portavo fuori il cane?”  chiesi a Marcus, dopo un po’, mentre camminavamo curvi nel freddo della stazione della metropolitana.  “Mi ha chiesto se ti conoscevo. È uno dei tuoi amici?”

Marcus piegò il capo.

“Sì, ma adesso è tutto passato”   rispose, torvo  “Sto congelando.”

Come se non fosse abbastanza, pochi giorni dopo morì Steve, lo zio di Marcus. Non l’avevo mai incontrato, ma sapevo che da molti anni era ricoverato in un ospedale militare. Reduce dalla guerra del Vietnam, Steve soffriva di disturbo post traumatico da stress ed era eroinomane. Nel 1980 era stato riconosciuto potenzialmente pericoloso per sé stesso e per gli altri, dal momento che si ustionava volontariamente con le sigarette accese. E ora, era morto a sessant’anni.

Al funerale di Steve parteciparono solo i suoi genitori e i suoi due fratelli. Il rito fu officiato da un rabbino chiamato da loro, un giovane dall’aria apprensiva che disse alcune parole prima dell’inumazione.

“Tutto, purché non sia fatto il nome di Dio” disse cinicamente il padre di Marcus. Dopo la Shoah, la famiglia di Marcus non credeva più in un Dio che aveva permesso tutto quell’orrore.

Non appena la bara fu seppellita nel cimitero innevato, udii lo sconforto dei familiari. Non facevano nulla per nascondere il loro dolore. Piangevano sommessamente. Fissando la buca in cui la salma era stata calata, realizzai di non essermi mai sentita così affranta.

Non appena la bara fu seppellita nel cimitero innevato, udii lo sconforto dei familiari. Non facevano nulla per nascondere il loro dolore. Piangevano sommessamente. Fissando la buca in cui la salma era stata calata, realizzai di non essermi mai sentita così affranta.

Il rabbino chiuse il libro e ci fissò. La famiglia continuava a piangere. Essendo l’unica che non stava piangendo in quel momento, mi avvicinai al rabbino e gli strinsi la mano.

“Grazie, padre”  dissi senza pensare, un attimo prima di realizzare di aver fatto una gaffe  “Oh, mi scusi…”

Ridacchiò. Non sembrava per nulla offeso.

“Sono un padre”  sorrise  “Ho due figli piccoli, se questo può contare.”

“Certamente”  dissi, scuotendo la testa per la costernazione.

“Immagino tu sia cattolica, giusto?”  disse il rabbino, incamminandosi insieme a me fuori dal cimitero.

“Ehm, sì. Perlomeno, lo è la mia famiglia.”

“E tu?”

“Io… ehm, non so cosa sono” gli risposi con sincerità. Indicai la tomba.  “So solo che quella non è la fine di tutto.”

Il rabbino mi guardo, sorpreso.

“Oh, se tutti avessero la tua sicurezza su questo!”  disse con tranquillità.  “Quindi tu credi in Dio?”

Riflettei per un attimo.

“Noi amiamo”  risposi quasi subito, sorprendendomi per la mia sicurezza  “Gli esseri umani amano. Siamo nati con questa capacità innata.”

Annuì.

“Tu ami i tuoi figli, giusto?”  chiesi.

Annuì di nuovo, facendo attenzione.

“Il tuo amore da qualche parte viene.”

“O forse da Qualcuno.”  dedusse con aria tranquilla.

Marcus e la sua famiglia erano troppo addolorati per seguire la nostra conversazione. Usciti dal cimitero, prendemmo strade diverse. Io e Marcus tornammo in città, e lui mi scese davanti al nostro appartamento.

“Ho alcune cose da fare”  tagliò corto, mentre scendevo dalla macchina. Ignorando la mia espressione desolata, si allontanò. Non tornò fino alla sera tardi, e poi dormì sul divano. Al mio risveglio, se n’era già andato senza dire una parola.

Angosciata, mi fermai davanti alla chiesa di fianco al mio ufficio durante la pausa pranzo. Dalla porta usciva profumo d’incenso. Sull’altare, in fondo alla navata della chiesa gotica costruita nel XIX secolo, notai un sacerdote con i suoi paramenti. Era aiutato da due uomini, uno dei quali reggeva un turibolo da cui usciva il fumo. Sulle pancate, erano sedute circa trenta persone. Si innalzò una voce: era un inno gregoriano molto antico.

In fondo alla navata della chiesa gotica costruita nel XIX secolo, notai un sacerdote con i suoi paramenti. Era aiutato da due uomini, uno dei quali reggeva un turibolo da cui usciva il fumo. Sulle pancate, erano sedute circa trenta persone. Si innalzò una voce: era un inno gregoriano molto antico.

Guardandomi intorno, mi accorsi di una luce accesa sopra un confessionale. Dentro c’era un prete, nascosto dalla grata.

Dopo essermi inginocchiata dietro di essa, un fiume inimmaginabile di lacrime uscì dai miei occhi. Prima che potessi fermarlo, scoppiai in singhiozzi.

“M-mi s-scusi p-padre”  mi scusai, tra i singhiozzi. Non riuscivo più a parlare. Potevo solo piangere.

“Non preoccuparti, cara” disse una voce calma, dall’accento ispanico. Mi allungò dei fazzoletti di carta da sotto la grata, e io ringraziai.  “Figliola, quando senti di essere pronta raccontami. Ti aspetto.”

Ci misi diversi minuti prima di poter aggiungere qualcosa. Quando lo feci, mi sentii meglio. Parlai al sacerdote del funerale e del rabbino, della disperazione, di Marcus e delle sue dipendenze. Dei miei successi, della mia furia e della mia desolazione.

“Sei intrappolata nei peccati”  sentenziò il sacerdote  “Sai cosa intendo dire?”

“N-no.”

“Non preoccuparti, cara”  disse una voce calma, dall’accento ispanico. Mi allungò dei fazzoletti di carta da sotto la grata, e io ringraziai.  “Figliola, quando senti di essere pronta raccontami. Ti aspetto.”

“Il peccato dà assuefazione. Questo a causa del diavolo. Credi nella sua esistenza? Beh, io ci credo. Il diavolo vuole che noi diventiamo dei miserabili disperati. Agisce più facilmente. Se siamo dei miserabili, ci apriamo a qualsiasi tipo di peccato. Ed entriamo quindi in un circolo vizioso. Capisci cosa dico?”

“S-sì”  biascicai, sorpresa.

“Come in questo caso. Tuo marito viene da una famiglia arrabbiata con Dio. Negano la Sua esistenza. Anche tuo marito nega la Sua esistenza. Giusto? Mi segui?”

“Sì”  affermai.

“Questo è molto pericoloso, perché rende tutti loro dei miserabili. Guardano la tomba e chiedono “perché?”. E non ricevono risposte. Vedono solo la tomba, nient’altro. Quella per loro è la fine. Vedere una tomba diventa angosciante, no?”

“Sì” risposi terrorizzata, pensando alla tomba. Rabbrividii.

“Loro sono ancora più miserabili. Neanche il loro rabbino può aiutarli. Anche se sono convinto che per loro ci sia qualche speranza, semplicemente perché hanno incontrato questo rabbino. Ma questo non basterà per tuo marito. La sua sofferenza e la sua disperazione lo hanno fatto scivolare nel tunnel della droga, giusto?”

“S-sì”  annuii nell’oscurità.

“È in situazioni simili che il diavolo si compiace. E lo fa perché tuo marito e la sua famiglia stanno scegliendo di vivere nella disperazione. Come suo zio, anche tuo marito sta scegliendo la morte. E questo è molto, molto triste”  scandì, con un tono di voce grave.

Annuii. Era tutto terribilmente vero.

Il peccato dà assuefazione. Questo a causa del diavolo. Credi nella sua esistenza? Beh, io ci credo. Il diavolo vuole che noi diventiamo dei miserabili disperati. Agisce più facilmente.

“Pensi che tuo marito riuscirebbe a smettere se tu non ci fossi?”  mi chiese con discrezione.

Ci riflettei.

“No” sospirai  “Io non faccio nessuna differenza. In fondo io gli sono utile perché gli porto i soldi e tengo la casa pulita, anche se sembra che a lui non importi.”

Gli raccontai dei segni delle sigarette e della cenere trovata sull’armadio.

“Ehm, questo potrebbe causare un incendio, sai”  annunciò il sacerdote  “La tua stessa vita potrebbe essere in pericolo.”

“Vero”  dissi, disperata. Per qualche motivo, mi sentii sbigottita. Mi metteva a disagio l’idea che qualcun altro venisse a sapere di come si comportava Marcus.

Anche se io penso che ad essere in pericolo non sia solo la tua vita”  continuò il sacerdote, con un tono di voce piatto  “Anche tu sembri abbastanza miserabile. La tua anima è in pericolo. E questo compiace il diavolo.”

Scrollai le spalle, non capendo cosa volesse dire.

“Ma sai cosa penso? Penso che ieri il diavolo non sia stato tanto contento al funerale.”  aggiunse   “E questo è grazie a te. Eri sul bordo della fossa, e poi ti sei voltata e sei andata via. Questo è stato molto importante.”

Aspettai di sentire cosa avesse da dire dopo.

“E poi cosa è successo?”  mi chiese, diretto.

“D-dopo essermi allontanata dalla tomba? H-ho parlato con il rabbino”  riferii, confusa.

“Sì. Hai parlato con un uomo di Dio, il rabbino. E cosa gli hai detto?”

“Che non riuscivo a credere che tutto finisse nella tomba.”  sussurrai, convinta  “E nemmeno adesso ci credo.”

“E questa idea che hai e di cui sei convinta, è qualcosa che hai ricevuto. È una grazia di Dio.”  affermò il sacerdote.

“Sì?” chiesi, senza sapere cosa dire.

“Precisamente. E sono cose che noi non possiamo guadagnarci. È la Fede. Noi ce l’abbiamo come dono di Dio. Mi capisci, figliola?”

Non ne ero sicura.

“E questa idea che hai e di cui sei convinta, è qualcosa che hai ricevuto. È una grazia di Dio.”  affermò il sacerdote.

Intendi dire che sono diversa da Marcus e dalla sua famiglia.”

“Sì, intendo quello. Sei diversa.”

Riflettei. Aveva ragione. Anche se volevo bene a Marcus e la sua famiglia, non ero come loro. Non ero atea. Non guardavo alla tomba come alla fine di tutto. La vita era troppo bella, troppo piena di cose buone. E non avevo bisogno di sopprimere il pensiero della morte con la droga o qualsiasi altra porcheria.

“Ti sei allontanata dalla tomba e hai parlato della Vita a un uomo di Dio.”

“S-sì. Hai ragione, Padre. Propendo alla vita. Ho scelto la Vita, e non la Tomba”  sussurrai con fierezza.

“E cosa disse Gesù?”  replicò il confessore  “Disse “Io sono la Via, la Verità e la Vita.””

“S-sì”  dissi, con poca convinzione. Conoscevo questo versetto della Bibbia.

“E sempre secondo la Bibbia, cosa disse subito dopo? Disse agli Apostoli “Nessuno arriva al Padre se non attraverso di Me.””

“S-sì”  dissi, ancora poco convinta.

“Penso tu debba arrivare a un punto della tua vita in cui ti troverai a scegliere tra la Vita e la morte. Cosa sceglierai?”

Capii immediatamente. Ero sicura di questa risposta.

“Padre, io scelgo la Vita”  dissi con determinazione, riprendendo a piangere.

“Buon per te!”  disse il confessore, con aria paterna  “Hai scelto la strada giusta.”

Gli sorrisi tra le lacrime.

“Ma ora, figliola, lascia che te lo dica. Non hai finito. Il diavolo non si arrenderà così. La scelta che hai fatto, di preferire la Vita alla morte, va portata avanti, fino alla fine della tua vita.”

La confessione proseguì oltre, finché lui non mi concesse l’Assoluzione.

È difficile dire come mi sentivo all’uscita del confessionale, attraversando la chiesa. Ero purificata, in pace.

Avevo scelto. Il diavolo non si sarebbe più compiaciuto della mia vita.

Lo stavo combattendo.

In qualche modo, lo sapevo. Sapevo anche che quel confessionale sarebbe stato l’unico posto sulla faccia della Terra in cui sarei potuta andare per trovare la verità.

E sapevo che la Verità mi aveva liberato.

“Ma ora, figliola, lascia che te lo dica. Non hai finito. Il diavolo non si arrenderà così. La scelta che hai fatto, di preferire la Vita alla morte, va portata avanti, fino alla fine della tua vita.”

SATANISMO IN AMERICA

Vi siete mai chiesti come sia la vita di un ragazzo emarginato e immerso in una cultura fortemente secolarizzata e materialista? Ora David ha ventidue anni. È nato e cresciuto in un contesto apparentemente cristiano negli Stati del Sud.

Ma quando era adolescente entrò nell’oscuro mondo dell’occulto, tramite un sito in Rete. Quello che vide lo fece tornare sui propri passi fino a ricondurlo in Chiesa, soprattutto grazie all’aiuto di un buon sacerdote e di una parrocchia molto ben organizzata, che noi non possiamo nominare per garantire l’anonimato di David.

Cosa può fare di bene un sacerdote molto devoto e la sua parrocchia per contrastare certe subculture giovanili? Lo scoprirete leggendo questa storia.

REGINA: Parlaci della tua infanzia e del contesto domestico in cui sei cresciuto.

Sto ancora cercando una definizione che descriva mio padre. Mia madre è operaia, in fabbrica. Divorziò da mio padre quando avevo quindici anni. Mio padre era un violento. La mia vita era funestata dalla paura che avevo di lui e delle frequenti liti tra i miei genitori. Era una cosa orribile. Nella mia vita c’era pochissimo spazio per la religione. I miei non consideravano nemmeno l’idea di andare in chiesa. Io frequentavo la scuola biblica, di solito in estate, ma era tutto qui il mio rapporto con la religione.

 

REGINA: E com’era a scuola?

Ero vittima dei bulli. Le avevo tentate tutte pur di farmi piacere dai miei compagni di scuola, ma era tutto vano per cui rinunciai. Ero povero. Molte volte non ero perfettamente pulito e pettinato. Indossavo vestiti sformati ed ero un emarginato.

 

REGINA: Quali erano i tuoi passatempi preferiti?

Mentirei se dicessi che giocavo ai videogiochi: ovviamente non potevo permettermeli. E i miei compagni parlavano spesso dei loro successi alla consolle. In compenso io trascorrevo tantissimo tempo in Rete, al punto che talvolta andavo a lezione con gli occhi pesti per aver dormito solo una mezz’ora.

REGINA: I tuoi parenti erano al corrente di quel che facevi?

No.

REGINA: Pensi che a loro avrebbe importato se l’avessero saputo?

Forse, anche se devo dire che avevano altro per la testa. Mio padre conviveva con la sua nuova fidanzata. Mia madre, invece, cercava di rifarsi una vita dopo essere tornata a casa di mia nonna.

REGINA: Quando hai avuto il tuo primo contatto con il satanismo? Ne avevi già sentito parlare prima di entrare a farne parte?

Il satanismo viene veicolato dalla Wicca, in quanto è una parte molto considerevole di quella subcultura. Io non ero pienamente consapevole di cosa si trattasse. Principalmente noi vedevamo il nostro appartenere allo Wicca come un modo per ribellarci contro il Dio cristiano, che per noi era gretto e distaccato nei nostri confronti.

REGINA: Nel momento in cui hai conosciuto gli altri appartenenti alla Wicca, hai scoperto che pure loro erano vittime di bullismo?

Certamente. Tutti noi eravamo emarginati, vittime di bullismo e malvisti dai nostri insegnanti e genitori. Ci unimmo in uno stesso gruppo proprio perché sentivamo di avere gli stessi problemi e che quindi potevamo capirci. Molti di noi parlavano anche di molestie; grazie a Dio a me non è mai successo, ma ne sentivo parlare molto frequentemente.

REGINA: Dopo quanto tempo hai incontrato queste persone, al di fuori della Rete?

Finito il college. Sono sempre stato abbastanza imbranato a farmi nuovi amici.

 

REGINA: La droga aveva un ruolo importante in questo stile di vita?

Certo. Molte persone parlavano di fumare la marijuana, assumere le pillole stupefacenti e di bere. Non ho mai provato niente di tutto ciò, ma le persone attorno a me ne parlavano molto spesso.

REGINA: Hai detto che “erano esposti al sesso virtuale, alla pornografia ed erano particolarmente liberali sul discorso dei diritti degli omosessuali.

Entrando nel gruppo, le persone parlavano di questi argomenti nel giro di poco tempo.”. Sembrerebbe che il sesso fosse un elemento che spingesse gli adolescenti a entrare a far parte della subcultura Wicca.

Certo. Spesso queste persone nella vita reale sono molto timide, oppure sentono che a nessuno importi di loro per cui, una volta in chat, si sfogano.

REGINA: Ti è mai capitato di vedere casi di persone evidentemente costrette ad avere rapporti sessuali?

Certo, le chat a luci rosse erano diffusissime. I ragazzi ingannavano le ragazze, inizialmente facevano credere loro di essere sinceri per poi postare i video del rapporto sessuale appena consumato.

REGINA: Sei mai stato testimone di persone che concedevano prestazioni sessuali in cambio di soldi, magari con adulti?

Talvolta le ragazze lo facevano, di solito ricevevano in cambio le ricariche per il cellulare, dei regali oppure dei video pornografici. In genere era un comportamento comune tra le diciottenni. Talvolta, però, anche delle ragazze in piena adolescenza si lasciavano coinvolgere in relazioni con uomini ben più maturi.

REGINA: Secondo te la prostituzione organizzata talvolta assume le proprie schiave del sesso tramite quei siti?

Non mi sorprenderei se fosse così.

REGINA: Hai detto che su quei siti ci sono persone che ingannano le adolescenti facendo credere loro di “essere sinceri. In questo modo essi evitano che queste adolescenti abbiano esperienza di Cristo, in quanto per loro il Cristianesimo rappresenta il principale nemico.”. Chi sono queste persone? Adulti?

Sì. In certi ambienti si odia il Cristianesimo, in quanto si oppone alla loro visione del sesso, della morale e della vita. Il Cristianesimo ti dice che non puoi crearti le tue regole personali, perché hai un Re che le crea al tuo posto. Tutto ciò che è tradizionale viene visto come un qualcosa di inutile di cui disfarsi, e che se non viene rigettato finisce per rovinarti la vita. Spesso arrivano persone di una ventina d’anni a dirti “Lascia perdere Gesù. Vuole renderti depresso, vuole impedirti di essere te stesso.”

 

REGINA: Sembrerebbe che questo stile di vita porti le persone ad essere sicure di sé e che il relativo modo di vestire e di comportarsi sia un modo di distinguersi dalla massa. Che ruolo ha il risentimento in tutto questo?

Queste persone guardano a questo tipo di cultura come a un punto di riferimento. Sono molto desiderosi di vendetta nei confronti dei bulli che li hanno maltrattati, e di poter dire loro “Ora tu per me non conti niente, perché sono migliore di te.”.

REGINA: La religione wiccana è l’elemento che attrae maggiormente le persone all’interno di questo tipo di ambiente. Di solito, in seguito, i nuovi adepti vengono messi alla prova e viene chiesto loro di fare qualcosa di ripugnante. A te è capitato di vedere questo tipo di “iniziazione”?

Certamente: i giovani accettano di buon grado la richiesta di rigettare le regole morali che hanno avuto sin dalla nascita, pur di entrare a far parte del “club”.

REGINA: Perché il nemico è proprio il Cristianesimo, e non altre religioni come l’Ebraismo, l’Islamismo, e così via?

Francamente, è così perché il Cristianesimo, e in particolar modo il Cristianesimo Cattolico, difende la tradizione, la dignità umana e la verità. Al contrario questi culti neopagani propugnano la devianza, l’egocentrismo e la menzogna.

REGINA: Mentre eri inserito in quell’ambiente, hai visto idee tipiche di certi movimenti politici, come per esempio il movimento LGBT?

Certo. Queste persone erano fortemente favorevoli all’introduzione dei matrimoni tra omosessuali, alla legalizzazione della droga e dell’aborto.

REGINA: Hai detto “Ci sono siti pieni di persone sulla ventina che hanno cominciato a frequentare questi ambienti online quando erano tredicenni che avevano avuto una moderata educazione cristiana”. Da come hai detto, sembrerebbe come se questi giovani avessero iniziato a frequentare questi ambienti quando ancora erano i loro genitori a permettere loro di accedere a Internet, pagando la bolletta mensile. Questi genitori come potrebbero arrivare a scoprire cosa sta succedendo ai loro figli?

Talvolta il cambiamento è molto evidente. Se tuo figlio comincia a vestirsi con colori scuri, o con vestiti strani (come per esempio abiti dallo stile gotico) e con elementi che riconducono alla dimensione diabolica, questo può essere un ottimo indizio. Come può esserlo anche il cambiamento nel comportamento: ragazzi che improvvisamente diventano apatici nei confronti di una cosa che a loro è sempre piaciuta, nei confronti della famiglia; ragazzi che cominciano ad isolarsi, ad impegnarsi meno a scuola e ad avere scarso interesse nel futuro… queste cose rappresentano un allarme rosso.

REGINA: Come dovrebbero reagire i genitori?

Dovrebbero mostrarsi gentili e amorevoli, e incoraggiare il dialogo con i propri figli, anche e soprattutto considerando che se si dimostrassero eccessivamente severi, i figli sarebbero maggiormente motivati a ribellarsi.

REGINA: Cosa dovrebbero fare i genitori?

Dovrebbero dar loro delle regole. All’occorrenza, non dovrebbero esitare a sequestrare loro le apparecchiature che permettono ad essi di accedere a Internet. E soprattutto, non devono arrendersi mai e continuare ad amarli come la propria vita.

REGINA: Cosa ti ha spinto ad abbandonare questo stile di vita?

L’Eucaristia. E l’amore della mia Madre Celeste, insito nel mio cuore, e l’amore del mio Padre che è nei Cieli.

REGINA: Come hai fatto a trovare la Chiesa Cattolica? Cosa ti ha riportato alla Fede Cristiana?

Mio padre era un Cattolico poi diventato evangelico, e io non riuscivo proprio a credere agli insegnamenti della Chiesa Evangelica, secondo cui “dì solo una piccola preghiera e sarai salvato” oppure “credi e basta”. Non era d’accordo con la Bibbia. Il Signore dice “Mangia la mia Carne e bevi il mio Sangue”, e questo è un elemento esclusivo del Cattolicesimo. Da bambino, poi, guardavo spesso Madre Angelica in TV, così come guardavo anche “The Life on the Rock”, per cui sicuramente questi programmi avevano alterato la mia fede che non poteva più dirsi evangelica.

REGINA: Come reagirono i tuoi amici satanisti? E i tuoi genitori?

Nel momento in cui mi convertii, li persi tutti. Ormai ero molto curioso di scoprire la Fede Cattolica e volevo conoscere la Verità, per cui mi abbandonarono. Mia madre invece fu d’accordo. Riguardo a mio padre, io non so come la pensi, perché non ci parliamo mai. Certo, io gli voglio bene ma ovviamente non posso costringerlo a voler bene a me. Amarlo è tutto quello che posso fare.

REGINA: Quando ti sei convertito? Che tipo di norme religiose hai avuto?

Cominciai a riavvicinarmi mentalmente circa quindici giorni prima che Benedetto XVI abdicasse. La data che io considero “ufficiale”, però, è la Pasqua 2014. Sapevo che esisteva la possibilità di ricevere il Battesimo in età adulta. Mi preparai all’evento studiando i principi del Catechismo, leggendo libri cattolici e guardando video sul Cattolicesimo tramite YouTube. Il Battesimo servì a esorcizzarmi. Voglio dire: so di non essere ancora un santo, ma sono sulla buona strada. Spero e prego.

REGINA: Sei in fase di discernimento vocazionale. Quali sono gli Ordini Religiosi che a te interessano maggiormente?

Amo i Gesuiti, anche se qualcuno mi ha espresso dei dubbi circa il modo in cui questo Ordine viene gestito. Vorrei semplicemente essere un sacerdote diocesano ed incoraggiare la ridiffusione della Fede e della Morale tradizionali. Tuttavia, resto aperto a qualsiasi cosa mi chieda il Signore, anche se questo dovesse non piacermi. D’altronde, la Via che conduce al Paradiso è stretta e impervia.

HO DETTO ADDIO ALLO STILE GOTICO

Quest’anno, ad Halloween, ho detto addio allo stile gotico.

I tatuaggi, il trucco marcato e il fatto di non prendere il sesso sul serio sono ormai per me cose vecchie.

Ero emo, ora non più. Pur avendo diversi piercing alle orecchie, non mi sono mai tatuata né ho mai sconfinato nel “lato oscuro”, al contrario di altri miei amici.

Sono rimasta affascinata dalla gioventù dei miei nonni. Su Facebook ho visto i video dei successi musicali dei loro tempi: le canzoni di Frank Sinatra ed Elvis Presley, oltre che quelle di Cab Calloway e dei Jumpin’Jive. E amo lo stile d’abbigliamento: i loro vestitini a vita alta dalle fantasie floreali dai colori tenui, le scarpe con il mezzo tacco e il velo sulla testa delle spose.

Avevo già visto donne con il velo al matrimonio della sorella maggiore della mia amica Whitney. Viene da una famiglia cattolica, e forse è per questo che Nicole ha insistito affinché il suo matrimonio venisse celebrato con una Messa in Latino nella vecchia chiesa, piena di statue e candele. Un giovane accolito reggeva un candelabro con molte candele bianche. L’incenso saliva lentamente formando una nebbiolina profumata. Mentre la sposa entrava camminando lungo la navata, udimmo il solista del coro cantare in latino. Molte ragazze portavano il velo.

Non so perché ma restai affascinata, tanto quanto mia madre si irritò. Probabilmente preferiva che restassi emo e che non mi appassionassi alla religione. Ovviamente non ero quel tipo di ragazza che odia i suoi genitori. Sono più precisa: ero insofferente nei loro confronti. Conoscevo ragazzi i cui padri erano fuggiti con delle ragazze giovani, e che cercavano di farsene una ragione. Altri ragazzi avevano dei padri alcolizzati e dunque letteralmente incapaci di mandare avanti la loro famiglia.

Questo non riguarda solo i padri dei miei coetanei. I genitori di Whitney erano divorziati perché, a detta di sua madre, il suo ex marito era noioso. Di conseguenza si risposò con un ragazzo irascibile e scapestrato. Secondo Whitney, sua madre avrebbe lasciato anche il suo secondo marito, non fosse per il fatto che era ormai in là con gli anni e sarebbe stato difficile trovare un nuovo partner.

Nicole lasciò casa circa una settimana dopo che l’Arrabbiato si trasferì a casa sua. Whitney restò fin quando non ce la fece più, dopodiché si trasferì dalla sua “stramba” nonna cattolica. Un tempo pure sua madre era cattolica, ma diventò protestante sposando l’Arrabbiato. Provarono a trascinare Whitney nella loro nuova chiesa frequentata da dottori ed avvocati di grido, nonché dai ragazzi più popolari della scuola, i quali emarginarono quasi subito la nuova arrivata. Per questo motivo, tutte le domeniche Whitney si trovò a starsene in un cantuccio, lo sguardo fisso sull’I-phone, mentre tutti parlavano tra loro.

Penso sia questo il motivo per cui mia madre non vuol sentir parlare della religione. Sostiene che i cristiani siano sempre pronti a giudicare gli altri e ad escludere le persone, e per questo è fiera di essere atea. Per quanto riguarda mio padre, è un insegnante appassionato di fumetti, estremamente razionale. Le poche volte in cui ho parlato di Dio con la mia famiglia, riesce sempre a essere dissacrante. Lui passa le domeniche dormendo tutto il giorno, mentre mia madre le dedica alla palestra. Sostiene che “dopo il lavoro settimanale merita una domenica dedicata a sé stessa”. D’altronde lavora molto, essendo infermiera: è lei che porta i soldi in famiglia.

Entrambi i miei genitori non ebbero nessuna reazione irata quando attraversai il periodo emo. Mia madre fece qualche battuta sarcastica in risposta della quale mio padre sorrise. Sapevano che erano stati alternativi anche loro da giovani, e per cui non si preoccuparono troppo.

Il punto è che i miei genitori non erano gente piacevole. Tutto quello a cui miravano era avere una vita ordinaria e razionale, ma anche molto noiosa. Quello che facevamo, dalla vita di tutti i giorni alle feste comandate, lo facevamo perché tutti lo facevano.

La vita era di conseguenza molto superficiale. Tutto era finalizzato a sé stesso, in una noia mortale.

So che le mie lamentele sono alquanto stupide e immotivate. La mia situazione familiare non è grave quanto quella di Whitney. Proprio questo mi spinse a parlare con sua nonna mentre, sedute nella sua cucina, la osservavamo cucinare le lasagne.

“Quest’anno per Halloween tornerai a vestire in stile gotico?” chiese la nonna, nota per non essere mai politicamente corretta.

Whitney staccò gli occhi dall’I-phone fingendo di essere scandalizzata.

“Nonna!”  protestò, mentre continuava a scorrere con il dito sullo schermo dello smartphone e mi osservava nervosamente.

Mi limitai a ridacchiare.

“Mah, no!” risposi cercando di farle vedere che non mi ero offesa in alcun modo.

“Su” disse la donna, sogghignando  “Lo so che hai ancora i tuoi vecchi trucchi neri da qualche parte nel tuo beautycase!”

Whitney alzò gli occhi al cielo. Sembrava in procinto di protestare, ma la fermai: mi stavo divertendo.

“È Halloween!”  esclamò la nonna di Whitney  “La notte dei mostri! Tutti impazziscono ad Halloween!”

“Che ne sai?”  le chiesi con aria innocente.

“Io?” sogghignò la signora, cominciando a sistemare le lasagne nel forno. Si asciugò le mani sul grembiule  “So tutto: sono su Facebook!”

Scoppiammo a ridere.

“Nonna”  chiese Whitney  “Perché mia madre non è più cattolica?”

Trattenni il respiro. Nella mia famiglia non facevamo mai discorsi simili, specialmente se c’erano ospiti.

Evidentemente per la nonna di Whitney non era così. Al contrario, prese la palla al balzo: replicò immediatamente a sua nipote.

“Per colpa del sesso”  dichiarò seccamente  “Tua madre voleva avere rapporti sessuali con tuo padre prima del matrimonio. Le ho detto che sarebbe andata all’inferno se l’avesse fatto.”

Ero senza parole, mentre Whitney insistette per avere più informazioni.

“Mio padre?”  fece, incredula  “Cioè il tizio che secondo mia madre è la persona più noiosa del mondo?”

“Esatto”  disse la donna, abbozzando un sorrisetto  “Lo stesso tizio.”

Io e Whitney restammo a guardarci negli occhi, ammutolite. Com’era possibile? Suo padre lavorava in banca. Era sempre presente agli eventi più importanti della vita di sua figlia, era sempre lui a provvedere a tutto. Non aveva protestato quando sua moglie l’aveva piantato dicendogli di andarsene dalla sua vita e dalla sua camera matrimoniale.

La nonna di Whitney si sedette e prese una bottiglia di Merlot, la aprì e ne versò un po’riempiendo tre bicchieri che appoggiò sul tavolo.

“Che ci crediate o no”  disse con un sorriso ironico  “Il peccato esiste, è un dato di fatto.”

Fu in quel momento che udimmo il rumore di una goccia. Guardai fuori dalla finestra, per capire cosa fosse successo, e cercando di formulare una domanda.

“La generazione dei vostri genitori è convinta di aver inventato il sesso”  spiegò, alzandosi dalla sedia  “Ovvio che non è così, ed è per questo che sono dei miserabili.”

La cosa cominciava ad interessarmi. Bevvi un sorso di vino dal sapore piacevole e vellutato. Whitney mi imitò, posando l’I-phone sul tavolo.

“Aprite le orecchie”  disse la donna  “Il sesso è una cosa seria. Se lo prendete alla leggera, prima o poi vi si ritorcerà contro.”

Questo era troppo. Io e Whitney scoppiammo a ridere nervosamente.

“Ovvio che voi sapete tutto”  disse la nonna agitando la sua mano grassoccia.

Per tutta risposta, io e Whitney continuammo a ridere, ma la nonna ci ignorò.

“Whitney, tua madre era come te quando aveva la tua età”  scandì, osservando la nipote con aria minacciosa.

Whitney non si impressionò.

“In che senso, nonna?”  scrollò le spalle, indifferente. Sua nonna non si offese e spiegò meglio.

“Tua madre voleva avere una vita divertente. Voleva che fosse tuo padre a preoccuparsi per lei e per le sue figlie, mentre lei avrebbe lavorato e avrebbe portato a casa i soldi per andare in gita a Disneyland e comprare i SUV.”

“E ha avuto tutto questo”  disse Whitney, tornando a fissare l’I-phone.

‘Sì, ma non era soddisfatta”  spiegò la nonna di Whitney, afferrando il bicchiere di vino  “Aveva quel che voleva, ma non era soddisfatta. Voleva di più, è questo il problema.”

“Quale sarebbe il problema?”  mi trovai a chiedere.

“Il problema è che non hanno preso il sesso sul serio. Non hanno preso Dio sul serio. Il problema”  disse la nonna  “è che se tu ragioni solo secondo la tua volontà, fondi la tua vita sulla sabbia, e il diavolo può spazzare via tutto in un soffio.”

Seguirono istanti di silenzio. La nonna si mise a fissare un punto indefinito fuori dalla finestra.

“Sapete che per decenni non sono andata in chiesa? E sapete qual era il motivo?”

Non dicemmo alcunché.

“Ve lo dico io il motivo.”  proseguì, tornando a fissarci  “Tuo nonno Joe, il mio Joe, non sopportava quello che hanno fatto alla nostra chiesa. Non si facevano più celebrazioni in latino. I preti non facevano altro che ripetere “va tutto bene” durante le omelie, e Joe diceva che se avesse voluto uno psicologo sarebbe andato da un professionista, non da un prete.”

Riflettei. Avevo frequentato poco gli ambienti ecclesiastici, e tutto quel che ricordavo erano i preti che si comportavano come psicologi o come intrattenitori, il cui unico scopo era compiacere il pubblico presente.

“E allora a che serve un prete?”  chiese Whitney, afferrando il bicchiere per berne un altro sorso.

“Un prete”  spiegò la donna con aria seria  “è in una parrocchia per rappresentare Cristo. Deve somministrare i Sacramenti che ci ha donato Cristo, di modo che possiamo vivere nella Grazia di Dio.”

Confusa dalle parole della donna, guardai lei e Whitney con aria interrogativa.

“Vedi”  proseguì  “la vita è dura, no? Siete ragazze ma avete vissuto abbastanza per saperlo.”

Io e Whitney facemmo di sì con la testa.

“Per questo abbiamo tutti bisogno di aiuto nella vita. La Grazia di Dio ci aiuta ad affrontare la vita. Così che facciamo la Sua Volontà. E possiamo accedere alla Grazia di Dio tramite i Sacramenti. Con la Grazia di Dio”  proseguì con una intensità sempre crescente  “vale la pena vivere la nostra vita. La nostra vita diventa bella e soddisfacente.”

Ero d’accordo. Improvvisamente, mi trovavo a capire il suo punto di vista, ma prima che dicessi qualcosa la donna cambiò discorso.

“Stasera è la notte di Halloween”  disse  “molti bambini e ragazzi più grandicelli si vestono da fantasmi e mostri, giusto?”

Annuimmo di nuovo.

“Solo che non si rendono conto di cosa sia Halloween in realtà. È il Capodanno di Satana. La vera Festa è quella che cade il giorno dopo, ossia la Festa di Tutti i Santi: il giorno in cui il Cristianesimo ricorda la Comunione dei Santi. E il giorno dopo ancora cade la Commemorazione dei Defunti. Forse neanche sapete cosa sia.”

“Cos’è?”  chiese Whitney, sogghignando nonostante io capissi che non fosse poi così sarcastica.

“Halloween ridicolizza la nostra visione del mondo spirituale, riducendo il rapporto con le anime dei defunti ad una carnevalata spesso con risvolti tragici. Molte persone cercano di mettersi in contatto con le anime dei propri parenti deceduti organizzando sedute spiritiche da quattro soldi. In realtà le Anime del Paradiso riescono a vedere noi che siamo sulla Terra senza bisogno di pagare nessun medium. Sono i santi, e spesso ci aiutano. Se abbiamo bisogno della Grazia di Dio, chiediamo aiuto anche a loro.”

Tutto quello che sapevo riguardo i santi riguardava San Patrizio e quella leggenda secondo cui avrebbe liberato l’Irlanda dai serpenti. Ne parlai alla donna, che sembrò compiaciuta.

“Ecco, quello è un esempio pratico della Grazia di Dio.”  spiegò  “Secondo te come fanno i santi a compiere i miracoli?”

“Ehm, con la Grazia?”  azzardò Whitney. Mi osservò, temendo di aver detto una sciocchezza.

“Bene, e quindi cosa c’entra questo con il sesso?”

Non potevo credere di averlo detto. Whitney sghignazzò, mentre la nonna mi osservò, seria.

“Ascoltami. Ho settantacinque anni. Hai mai visto niente di più brutto di una donna della mia età con un vestito di Halloween sexy?”  mi chiese bruscamente.

Ammisi che effettivamente non sarebbe stato un bello spettacolo.

“E perché è così? Te lo dico io. Chi si comporta così non prende il sesso sul serio. Il vero sesso viene da Dio.”

Riflettei, mentre lei proseguì.

“Se noi ci estraniamo da Dio, diventiamo morti dentro. E tutto ci sembra morto e inutile. Possiamo provare a renderci felici da soli, comprando cose inutili o peccando. Lì per lì ci sembra gratificante, ma prima o poi passa.”

Annuii, osservando Whitney. Immaginavo stesse pensando all’Arrabbiato e a sua madre. Io, al contrario, pensavo ai miei amici emo che erano passati al “lato oscuro”.

“Il peccato ha le sue vittime”  proseguì la nonna  “Innanzitutto i peccatori. Poi, le famiglie dei peccatori. Tutti coinvolti in un circolo vizioso. E il diavolo ne è compiaciuto. Tutti fuori dalla Grazia di Dio, tutti a fare quel che gli passa per la testa, pronti a cadere nei suoi tranelli.”

“È questo il motivo per cui hai avvertito mia madre che sarebbe andata all’Inferno se avesse fatto sesso con mio padre?”  chiese Whitney.

“Certo”  rispose tranquillamente sua nonna. Esitai a guardare Whitney.

“Beh, ha reso le nostre vite un inferno”  sbottò Whitney.

La nonna annuì senza dire niente.

“Vedi” provai a dire  “capisco cosa dici quando parli di gente morta dentro. A casa mia è così.”  spiegai, gesticolando, nella cucina adornata da un quadro rappresentante l’Ultima Cena. Non capivo come fosse possibile, ma lo sentivo vivo. E non ero in ansia.

“E volete sapere perché le ragazze portano il velo alla Messa in latino?”  chiese la nonna.

Io e Whitney scuotemmo la testa.

“È come se dicessero “Rispettami” ” la nonna indicò sé stessa, prima di cominciare a gesticolare. Continuando a fissarla, bevvi un altro sorso di vino.

Non perché sono una bella pollastrella”  proseguì  “Non perché guadagno tanto. Non perché guido un macchinone. Rispetta me, che sono una creatura di Dio. Rispetta me, specialmente nella Casa di Dio, davanti al Suo Tabernacolo.”

“Non sono come mia madre”  disse Whitney, scoppiando in lacrime.

La nonna smise di parlare ed osservò sua nipote.

“Sa sempre cosa vuole, ma odia la sua vita”  biascicò Whitney.

La nonna sospirò, allungandole un fazzoletto  “Peccato di orgoglio, piccolo”  spiegò  “Lo facciamo tutti, nella vita.”

“Anche tu l’hai fatto?”  chiese Whitney tirando su con il naso.

“Mi stai chiedendo se ho fatto sesso fuori dal matrimonio con tuo nonno?”

“Sì”  annuì Whitney.

Trattenni il respiro. Era evidente che avesse azzardato tanto. Ma sua nonna sorrise con aria beata.

“Sono stata fortunata. Ero pazza di Joe, e mia madre lo sapeva bene. Per questo fece in modo che ci fosse sempre qualcuno con noi due che ci impedisse di restare soli.”  sorrise  “Ricordo una volta in cui eravamo insieme ed arrivò il mio cuginetto di dodici anni. Ero imbestialita!”

Ridemmo tutti.

“Quella volta tutti capivano che il sesso era una cosa seria ” proseguì la nonna  “Le famiglie avevano riguardo per le figlie. E Joe era un uomo di tutto rispetto. Non avrebbe mai provato a fare il furbo. È vero che era difficile, ma riuscimmo a mantenerci casti.”

Piombammo nel silenzio.

“È per questo che tu e Nicole andate alla Messa in latino?”  chiese Whitney, calma, finendo di piangere.

La nonna annuì, solennemente.

“Io ci vado per i fatti miei” spiegò  “E ora che tua sorella è sposata, ci vado per il bene della famiglia.”

Whitney annuì. Aprì la bocca come per dire qualcosa, ma prima che potesse emettere alcun suono, mi intromisi.

“E se venissi in chiesa con te?”  Per la seconda volta in quel pomeriggio, non mi rendevo conto di quel che avevo appena detto.

Whitney era sorpresa, come anche sua nonna. Tuttavia non disse niente.

“Vuoi davvero andare in chiesa con mia nonna?”

Annuii, pur sentendomi come se fossi su un altro pianeta.

“E perché?”  Whitney era incredula.

Sospirai. Sentivo un bisogno dentro di me, un bisogno sempre sopito e che ora era esploso, e io non sapevo come soddisfarlo. Sapevo solo che non avrei potuto più vivere senza quello di cui parlava la nonna.

Avevo tutto quello che avevano i miei coetanei: le amicizie, i momenti di disperazione immotivata.

Ma ora volevo quello che aveva la nonna: la Grazia di Dio.

Annuii, fissando Whitney. Mi sentii alleggerita di un peso incombente. Mi sorrise e poi si voltò verso la nonna.

“Anche io voglio venire alla Messa con te”  annunciò, con gli occhi che le brillavano.

La nonna prese la palla al balzo.

“Bene!”  dichiarò  “Vi porto con me alla Messa dei Santi e alla Messa da Requiem per le Anime dei Defunti.”

“Messa da Requiem?”  chiese Whitney, curiosa come me  “Cioè una Messa per i morti?”

“Certo, perché è importante che voi capiate cosa sia la morte. Ci vestiremo tutte di nero e pregheremo per l’anima del nonno, piccolo”  rispose la nonna  “Ho dei veli in più che potrete indossare voi due. Erano di mia madre.”

“L-la stessa persona che”  provai a dire.

“Certo”  sorrise la nonna  “La stessa persona che disse al mio cuginetto di salvarmi dal peccato che rischiavo di commettere, tanti anni fa.”

CONSACRAZIONE

Di Patrick Michael Clark Photos courtesy of Library of Congress Stavano ormai smontando l’impalcatura attorno alla torre nel parco. Per tre anni, Davey e Connor avevano seguito con attenzione i lavori degli operai attorno alla facciata della cattedrale appena costruita, che di giorno in giorno si innalzava sempre di più stagliandosi sopra le case e … Read more

MATRIMONI

Fu una bella cena di gruppo. Nel mio gruppo, tutte noi che non siamo sposate siamo laureate alla stessa facoltà dell’Accademia “Nostra Signora del Buon Consiglio”. Tutti i nostri fidanzati sono ragazzi di successo, e la maggior parte di noi ha un impiego molto soddisfacente e redditizio. Una sola di noi sta ancora seguendo i corsi.

Kieran e Becky costituivano la coppia più modaiola. Lei è una direttrice artistica, e lui un giovane dottore alto e dalla carnagione scura, con una barbetta incolta e dei profondi occhi verdi. Il loro appartamento era arredato nel dettaglio in occasione delle vacanze natalizie. Il cibo era superlativo, pur essendo gluten-free.

Si prospettava una serata fantastica, prima che cominciassero i problemi.

Il fidanzato di Melissa era parecchio più grande di lei: aveva quarantacinque anni ed era stato il suo professore di diritto nel corso del primo anno a Torts.

Ora, io non voglio essere severa: penso che la gente abbia il diritto di fare ciò che vuole. Ma Tom cominciò a fare commenti su come tutti i nostri matrimoni sarebbero stati “l’ennesimo capriccio di queste bambine viziate”.

Tom è acido di natura: è divorziato e a corto di soldi per via del fatto che deve pagare gli alimenti alla sua ex moglie e a suo figlio. Tuttavia questa non è una scusa valida al suo comportamento.

“E cosa hai in mente di fare?” ridacchiò Kieran  “Se una ragazza volesse un matrimonio, avrebbe il pieno diritto di averlo, no?”

La rossa Becky guardò storto Kieran. Sapevo che lei voleva sposarsi, anche se non aveva mai trovato il coraggio di chiedere al suo fidanzato di sposarlo. Ed aveva già trent’anni.

Melissa, che era al terzo anno di Giurisprudenza, protestò.

“Perché dovrei volere il matrimonio?” chiese, sorridendo a Tom  “Sai quanto guadagnano gli avvocati divorzisti? Quelli dei miei genitori guadagnano 500$[1] all’ora. Talmente tanto che i miei genitori hanno dovuto dar fondo ai dollari che avevo risparmiato durante il college!”

Tom rise.

“Questo è perché sei intelligente tanto quanto sei carina” disse con aria di approvazione, abbracciandola. Melissa scansò i suoi lunghi capelli neri, bevve una sorsata di vino bianco e ricambiò il sorriso.

In quel momento stavo solo pensando che Melissa aveva confidato a me e Becky che aveva in mente di smettere di assumere la pillola di modo da poter restare incinta. Ma prima che formulassi un qualcosa da dire, intervenne Meghan.

“Hey, ragazzi” disse, catturando in un momento l’attenzione di tutti. Nella sua voce c’era una nota di disapprovazione. Meghan è partner di uno studio legale di Washington, ed è moglie di Spencer, fotografo freelance.  “Non approfondiamo troppo. A me piace essere sposata.”

Meghan è quella che mia nonna avrebbe definito “invadente”. Molti di noi avrebbero volentieri fatto a meno di controbattere; ma Tom non la pensò così.

“Meghan, quindi se mai dovessi divorziare, pagheresti l’avvocato a Spence?” chiese con aria provocatoria.

Ammutolimmo prima che gli uomini, eccezion fatta per Spence, scoppiassero a ridere. Notando lo sguardo furioso di Meghan, cercai di dirottare la conversazione su altri argomenti.

“Uh, Tom, forse non volevi provocarla così” dissi con quello che ritenevo essere un tono amichevole. Ma Meghan mi interruppe.

“Tom, non credi che la tua personale esperienza ti stia portando ad avere una percezione sbagliata riguardo le nostre idee sul matrimonio?” sbottò, con un tono secco.

Tom abbassò lo sguardo.

“Oh, per favore” disse, arrossendo  “Il matrimonio è solo un mezzo tramite il quale gli avvocati divorzisti riescono a guadagnarsi una fortuna.”

“Ma non è colpa degli avvocati se molti divorziano.” Becky intervenne in difesa di Meghan.

Fu come gettare benzina sul fuoco. Sapevamo tutti che Tom aveva lasciato sua moglie, grassa e noiosa, per la graziosa Melissa.

“Non è questo il punto” scattò Tom, ma prima che potesse spiegarsi meglio Meghan lo aggredì.

“Il matrimonio è un diritto” annunciò  “Cosa ne pensi del matrimonio omosessuale? Che è un diritto civile!”

Tom ridacchiò amaramente.

“Dai, Meghan” disse, agitando la mano  “Il matrimonio gay dopotutto costituirebbe un’ulteriore risorsa per gli avvocati divorzisti. Sarebbe una benedizione per noi professionisti.”

Questo era troppo.

“Non voglio stare qui a sentire le tue sciocchezze” disse, prima di girare sui suoi (costosi!) tacchi e dirigersi verso la cucina. Becky guardò male Tom, e poi seguì Meghan.

Spence si grattò la testa calva con aria pensierosa.

“Cos’hai fatto” disse con aria triste. Non solo Meghan è un asso nelle discussioni infuocate, ma oltretutto è pure un’organizzatrice nata, al punto da riuscire a incastrare perfettamente gli orari di entrambi in modo che ognuno dei due possa prendersi cura dei due figli.

“Cos’è il matrimonio?” declamò Kieran con aria ieratica. Aveva bevuto più vino di tutti.  “Un contratto. Due persone firmano un pezzo di carta e dichiarano che staranno insieme, pagheranno insieme le tasse e alleveranno i figli. È un contratto.”

“Proprio così” annuì Tom  “E proprio perché è un contratto, il matrimonio può essere annullato facendo guadagnare gli avvocati.”

“Okay, okay” disse Spence, esausto  “Hai ragione tu.”

Seguì un silenzio imbarazzato.

“Tom” disse Becky, tornando dalla cucina con un’altra bottiglia di vino  “Per me il matrimonio non è solo un contratto.”

“Ah sì?” rispose Tom, sarcastico  “E cosa sarebbe quindi?”

“È l’elemento che permette ad una famiglia di crearsi dal nulla” declamò Becky. Conosco la famiglia di Becky, e so che sono tutti cattolici praticanti, membri di un movimento che non ricordo. Come tali non furono tanto contenti quando Becky decise di andare a vivere con Kieran, circa un anno prima.

“Ma per favore” disse Tom, alzando gli occhi al cielo  “Romanticismo spicciolo. Le donne vedono il matrimonio in maniera diversa rispetto agli uomini. Noi vediamo il lato più concreto: per noi significa che per il resto della vita lavoreremo per mantenere una che ci schiavizzerà.”

“Oppure potresti dire che consiste in una donna che rinuncia alla carriera per stare a casa e badare ai capricci di qualcuno, solo per farsi lasciare quando avrà quarant’anni” ribadì Meghan, irata. Era tornata nel soggiorno seguendo Becky.

“Si potrebbe anche dire che il matrimonio comporti diverse cose” intervenì, da un angolo del soggiorno, Patrick, il mio fidanzato.

Ci eravamo incontrati un mese prima al concerto dei nostri cori presso la parrocchia cattolica di Arlington, in Virginia. Il mio psicologo mi aveva detto che cantando sarei riuscita a superare la delusione amorosa avuta quando il mio fidanzato dei tempi del college mi aveva lasciato, dopo otto anni. La parrocchia aveva un coro Gregoriano che mi allettava da sempre.

Patrick è un ragazzo simpatico. È un po’nerd, come lo sono molti studiosi di scienze politiche. Mi piaceva. Era attento, educato e in qualche modo anche carino. Inizialmente non mi aveva molto colpito. Ma aveva cominciato subito ad inviarmi SMS e a telefonarmi spesso.

“A rigor di logica, il matrimonio è regolamentato dalla cultura” spiegò Patrick  “Saudita. Mormone. Cinese. Ognuna di queste culture ha una propria definizione di matrimonio. State solo discutendo di quello che noi definiamo matrimonio, perché nelle nostre culture occidentali si sta perdendo il concetto di “noi”.”

“Il matrimonio”  scandì Meghan con un sorriso beffardo  “è qualsiasi cosa che la legge definisce tale.”

Tutti guardammo Tom in attesa della sua reazione.

“Perché, cos’altro dovrebbe essere?” scrollò le spalle con diffidenza  “Non so dove tu voglia arrivare, Patrick.”

“Il nostro dibattito è un chiaro sintomo della enorme crisi della nostra cultura” disse Patrick  “Che tu ne sia consapevole o meno, fu la Chiesa Cattolica a regolamentare il matrimonio cristiano dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. E queste regole sono state valide per molto tempo. Hanno gettato la basi di quella che noi consideriamo “civilizzazione”. Queste regole, che riguardano anche il divorzio, seppur sia da considerarsi un qualcosa di eccezionale, sono rimaste invariate anche con la Riforma Protestante. Hanno cominciato a cambiare solo nel corso degli ultimi decenni….”

“Quindi vuoi arrivare a dire che la fine è vicina, sbaglio?”  lo interruppe Tom, sarcastico  “Sei un mistico?”

Ridemmo tutti, e questo aiutò a stemperare la tensione. Patrick scrollò le spalle.

“Non proprio”  disse, per nulla offeso “Sono cose troppo grandi per me.”

“Quindi, cosa intendevi dire, Patrick?” chiese Becky, avvicinandosi a Patrick.

“Dice che secondo lui le donne sono schiave dell’uomo come nella cultura saudita” rispose Meghan, sarcastica.

“Bene!” gridò Kieran, facendo ridere tutti.

“Dico” proseguì Patrick, imperturbabile  “Che secondo me stiamo andando verso un periodo in cui il matrimonio si piegherà ai nostri desideri. Non penso che il sistema attuale voglia mantenere la concezione attuale del matrimonio.”

“Una benedizione per gli avvocati!” gridò Tom, estasiato  “Meghan, ti immagini? Processi con tre, quattro, cinque o sei parti in causa. E un avvocato per ciascun bambino!”

Meghan alzò gli occhi al cielo.

“È probabile” ribatté Patrick, indifferente  “Ma è simile a quello che accadrebbe se molti non si scomodassero a sposarsi. Troppo caro e stressante, e così il matrimonio sta diventando un lusso per ricchi.”

Udendolo, Melissa scosse la testa.

“Non ho bisogno di un pezzo di carta per stare tranquilla!”  annunciò  “Io mi faccio i fatti miei. Se qualcuno vuol troncare una relazione, che lo faccia. Non mi importa del pezzo di carta! Ha ragione Tom, è un contratto, e i contratti sono fatti per essere annullati.”

“È per questo che ti amo” disse Tom, affascinato  “Sei così intelligente.”

“Patrick, quindi tu pensi che il matrimonio sia in crisi?”  insistette Becky.

“Per molti lo è” rispose Patrick  “Non per i cattolici, ovviamente.”

“Perché lo pensi?” volle sapere Meghan. Lei e Spence si erano sposati con una festa sfarzosissima in una spiaggia della Giamaica. La cerimonia era stata officiata dal cappellano interreligioso dell’hotel, dopo che Meghan aveva saputo che il parroco cattolico locale non avrebbe celebrato il rito senza i certificati religiosi. “Non c’è tempo per queste sciocchezze” aveva sentenziato Meghan. Nel mentre Spence, che non era cattolico, si era concesso un safari fotografico, per cui non era presente.

“Perché la Chiesa resta invariata senza adattarsi al contesto. Per i cattolici il matrimonio è sempre un sacramento” rispose Patrick, pacato  “Era così al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, e lo è anche oggi.”

“Sciocchezze” intervenne Tom.

“Per te lo sono” disse Patrick, tranquillo. Trattenni il respiro, mentre mi chiedevo se Tom si fosse accorto che Patrick lo stava rimproverando. Ma l’alcol aveva fatto il suo lavoro, e il professore di diritto era troppo su di giri per offendersi. Melissa sembrava seccata, ma non disse niente.

“Non puoi annullare un sacramento” disse Patrick  “Per esempio non puoi annullare un Battesimo: una volta che l’hai ricevuto, l’hai ricevuto.”

“Ma per favore!” sbuffò Meghan con aria di superiorità  “La Chiesa consente sempre l’annullamento!”

“Hai frequentato una scuola cattolica, come tutti noi” disse Becky  “Non puoi dire di non sapere cosa sia un annullamento. Fa sì che il sacramento non sia mai avvenuto, perché non sono più valide le condizioni vigenti al momento del matrimonio.”

A questo punto, Kieran si alzò.

“Che razza di condizioni sono?” disse sogghignando  “Voglio essere informato, in caso ne dovessi avere bisogno in future.”

“Entrambi gli sposi devono essere completamente consapevoli di quello che stanno facendo, farlo di propria spontanea volontà e senza inganni o coercizioni” dichiarò Becky.

“Whew!” sospirò Kieran  “Quindi un uomo non è costretto a sposarsi?”

Spence e Tom risero, mentre Meghan e Melissa sorrisero.

“Non ne sarei sicuro”  annunciò Tom, causando l’ilarità generale  “Puoi trovarti a percorrere la navata senza sapere come hai fatto a finire lì….”

Nel mentre, io continuavo a fissare Becky e Patrick. Il volto di Becky traspariva la sua emozione, mentre Patrick sembrava più pensieroso.

Nel mentre la discussione finì tra il sollievo generale. Il resto della serata fu caratterizzato da un clima amichevole, anche se Becky sembrava distante. Nel momento in cui io e Patrick infilammo i rispettivi cappotti per uscire, mi accorsi che pure lei aveva il cappotto.

“Vi accompagno alla macchina” disse  “Voglio prendere una boccata d’aria.”

Lanciò uno sguardo a Kieran, che sembrava impegnato a finire il vino insieme a Melissa e Tom. Meghan e Spence se n’erano già freddamente andati.

Fuori, era molto freddo, essendo gennaio. Il nostro respiro si condensava, mentre camminavamo lungo il marciapiede di Capitol Hill. Patrick mi prese per mano. La sua mano era solida, asciutta e rassicurante. Nel momento in cui Becky chiuse la porta dietro di noi, ci guardammo negli occhi per qualche istante, estraniandoci dall’ambiente circostante.

“Esco” disse improvvisamente Becky.

Io e Patrick ci fermammo, increduli, e ci voltammo a fissarla. Aveva il naso rosso e il viso pallido. I suoi occhi erano gonfi di lacrime.

“M-mi sbagliavo” disse  “O-ora ho capito.”

Era venuto tutto fuori repentinamente. Kieran non stava prendendo sul serio la loro relazione, anche se lei pensava che andando a vivere insieme lui sarebbe migliorato. E ora aveva realizzato di aver sprecato tempo, e si sentiva morire.

“Penserà che sia uno stratagemma” dissi, riluttante  “Penserà che sia un trucco che tu utilizzi per sposartelo.”

Becky annuì.

“Ne sono consapevole” disse, asciugandosi le lacrime  “Ma non è così. Stasera ho aperto gli occhi, e ho realizzato che non capisce niente di matrimoni!”

“Beh in realtà”  mi trovai a dire  “Nessuno di loro ne sa molto. Meghan pensa sia questione di leggi. Tom pensa che sia questione di soldi. Nessuno di loro realizza che in realtà è fondamentalmente un Sacramento.”

“Sì”  disse Patrick  “Melissa, povera lei, prima o poi avrà una dura delusione. Secondo me lei non sa cosa dice. Lei vuole una sua famiglia.”

Io e Becky ci guardammo, spiazzate.

“Come lo sai questo?”

Patrick scosse la testa:  “Beh, lei è una donna, ed è pronta. Ma se restasse incinta, Tom non vorrebbe il bambino. Ha già abbastanza bocche da sfamare.”

“Tom è uno sfigato”  disse Becky.

“Tom è avvolto nel dolore, e non può fare altro che portare dolore ovunque.” disse Patrick.

Ci guardammo.

“Dove andrai adesso?” chiese Patrick, rivolto a Becky.

“N-non lo so” disse, disperata  “So solo che voglio troncare questa relazione. Kieran non sa cosa sia un vero matrimonio. Non è “pronto”, qualsiasi cosa voglia dire. E non voglio costringerlo a fare niente. Non voglio sprecare tempo. So cosa voglio. Voglio un matrimonio cattolico e sacramentale!”

“Puoi venire a vivere da me”  mi trovai a dire, sorridendo. Il mio appartamento aveva una stanza per gli ospiti, che in origine era la stanza in cui dormivo insieme al mio ex fidanzato, prima che lui mi lasciasse.

Sapevo che non ci avrei più dormito prima del matrimonio, dal momento che Patrick non avrebbe mai accettato di trasferirsi da me, per cui la stanza era libera per Becky.

[1] L’equivalente di 439 €.

UN POMERIGGIO IN GERMANIA CON FATIMA

Eravamo l’unica famiglia di americani rimasta nel vicinato. Tutti gli altri si erano trasferiti altrove, ma mio marito era deciso a non andarsene di lì finché non avessero chiuso la base militare, cosa che aveva impiegato più tempo del previsto.

A me la situazione non dispiaceva: avevo la possibilità di imparare meglio il tedesco e di conoscere la cultura locale. La fede non sembrava preoccuparmi in alcun modo. Mi lasciavo entusiasmare dalle novità, che assorbivo molto velocemente, al punto da avere una visione del mondo molto cosmopolita.

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La fede non sembrava preoccuparmi in alcun modo. Mi lasciavo entusiasmare dalle novità, che assorbivo molto velocemente, al punto da avere una visione del mondo molto cosmopolita.

Mi capitò così di andare a un incontro multiculturale cui partecipavano gli immigrati, principalmente turchi, russi e albanesi. Tutti loro erano assicurati dal liberalismo tedesco, che li assorbiva fino a renderli neutri. Fu per questo motivo che non riuscii a capire subito se Fatima fosse croata o statunitense. Sentivo che il suo accento era straniero, ma ero così preoccupata della mia situazione di straniera da non riuscire a pormi altre domande su di lei. Le nostre discussioni si focalizzarono subito sulla scuola materna, dove entrambe portavamo i nostri bambini. Quando mi chiese se avessi voluto un caffè, accettai con un “Danke shoen. Funfzehn Uhr, oder?[1]”.

L’ora del caffè era sempre intorno alle quindici, e nel nostro Siedlung[2] popolato di coppie sulla trentina con bambini, era un’istituzione. Avevo vissuto in quella cittadina per il tempo necessario a capire le regole, ma non abbastanza per esserne completamente sicura. Avevo comunque un senso di superiorità nei confronti degli altri americani che vivevano in Germania, che non andavano mai oltre l’atto di acquistare qualcosa al negozio o ordinare una birra in un Gasthof [3].

[1] Grazie mille. Alle quindici, giusto?

[2] Quartiere.

[3] Locanda.

Passeggiammo un po’ovunque, con molto piacere. La passeggiata più carina era quella che si avviava verso la Bakerei[1] e il Supermarkt[2], passando attraverso i bei giardinetti delle casette. Petra era in giardino quando uscimmo di casa per andare da Fatima. Mio figlio cominciò a giocare con i figli di Petra quando mi fermai per salutarla. Lei non sembrò affatto disturbata dall’interruzione, e ci chiese dove stessimo andando.

Am Duengerheim[3].” risposi, cercando di pronunciare al meglio il nome della via in cui viveva Fatima.

Ach! Schoen, schoen[4]” rispose Petra, pacata.

Ero abbastanza fluente da capire tutto quello che veniva detto senza fraintendimenti. Poco dopo mi disse  “Fermati qui quando torni. Probabilmente sarò ancora fuori” ma non la udii.

Seguimmo le indicazioni che Fatima ci aveva dato per trovare casa sua, e giungemmo così dall’altro lato del Siedlung, sotto la stazione ferroviaria e accanto al tunnel. Lo stile delle abitazioni era cambiato: non erano più casette singole ma condomini con più appartamenti. Trovai facilmente il suo condominio, di fronte alla Santk Thekla Kirche, la chiesa più grande della città.

La sua struttura domina il panorama cittadino e può essere vista da qualsiasi punto della città. Qualche volta sono stata nella chiesa, per una visita turistica. In una cappella c’era un dipinto, molto interessante, che rappresentava una donna dai tratti vagamente mediorientali. Immaginavo si trattasse di Santa Tecla. Il luogo in cui si trovava la chiesa era ora cruciale per me, ma nonostante tutto non pensavo in alcun modo ad essa.

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Qualche volta sono stata nella chiesa, per una visita turistica. In una cappella c’era un dipinto, molto interessante, che rappresentava una donna dai tratti vagamente mediorientali. Immaginavo si trattasse di Santa Tecla.

[1] Panetteria.

[2] Supermercato.

[3] Al Duengerheim

[4] Oh, bene, bene!

Quando entrammo nel condominio, realizzai di non aver chiesto a Fatima quale fosse il numero del suo appartamento, per cui fui costretta a cercare il suo nome sulla lista dei citofoni. Vidi una serie di nomi dall’etimologia decisamente non tedesca: Petrovic, Burakgazi, Emmini, Polzin. Probabilmente si aspettava che io sapessi riconoscere il suo cognome, e che una volta trovato un cognome possibile suonassi e chiedessi se fosse lei. Tuttavia, io ero a quello stadio nell’apprendimento di una lingua in cui si hanno incertezze nell’atto di parlare al telefono o al citofono.

Fu in quel momento che mi si avvicinò una donna dai capelli scuri. La riconobbi: suo figlio frequentava l’asilo.

“Emmini?” mi chiese, indicando una finestra del terzo piano. Quindi mi additò con aria incoraggiante il portoncino d’ingresso. Annuii e le sorrisi, mentre lei gesticolava con fare amichevole e diceva qualcosa in una lingua sconosciuta. Un gruppo di passanti si materializzò intorno a noi, era tutta gente che conoscevo di vista ma immaginavo slegata dal contesto, e che ora era intenta nelle rispettive faccende domestiche: trasportavano le buste della spesa, piantavano dei fiori o fumavano. Ognuno di loro sembrava essere al corrente della nostra visita, visto che tutti cominciarono ad additarci il condominio. Mio figlio mi guardò con aria interrogativa mentre entravamo nello stabile.

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Annuii e le sorrisi, mentre lei gesticolava con fare amichevole e diceva qualcosa in una lingua sconosciuta. Un gruppo di passanti si materializzò intorno a noi, era tutta gente che conoscevo di vista ma immaginavo slegata dal contesto, e che ora era intenta nelle rispettive faccende domestiche: trasportavano le buste della spesa, piantavano dei fiori o fumavano. Ognuno di loro sembrava essere al corrente della nostra visita.

La signora ci portò fino al terzo piano e ci indicò la porta a cui avremmo dovuto bussare, dopodiché si allontanò. Mi stavo ancora chiedendo se fossimo nel posto giusto, e quello che provai fu sollievo quando Fatima aprì la porta invitandoci a entrare. I suoi figli salutarono mio figlio Thomas, e lo accompagnarono nella propria stanza, dove cominciarono a giocare.

L’appartamento era piccolo, ma pulito. Non era ordinato come le case delle mie amiche tedesche, ma evidentemente era così perché Fatima viveva con i suoi figli in uno spazio ristretto. Mi trovai in una casa completamente diversa da quella che mi immaginavo, ed evidentemente Fatima se ne accorse dalla curiosità nel mio sguardo, per cui cominciò a mostrarmi la casa.

Così avviò un curioso giro della casa in cui aggirarsi tra le stanze non era necessario, dal momento che dal soggiorno si riusciva a vedere tutta la casa. Indicò la stanza dei bambino, con il letto del maschio grande addossato a una parete e la culla del piccolo addossata a un’altra, la piccola camera matrimoniale in cui il letto occupava quasi tutto lo spazio, la cucinetta con il piccolo tavolino e il salotto. In ogni caso, mi bastava allungare il collo verso la direzione indicata da Fatima ed esprimere la mia approvazione.

“Sì, ma” scrollò le spalle.

Entrambe fummo costrette a parlarci con le nostre lingue di origine, dal momento che il mio tedesco non era perfetto e il suo ancora meno. Mi fece capire a gesti che potevo sedermi, e mentre lo facevo cominciai a chiedermi come avrei potuto riempire le due ore che di solito giustificano la visita per il caffè dal momento che la conversazione sembrava molto difficoltosa. In quel momento, qualcosa catturò la mia attenzione.

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Di fronte a me c’era la foto di un uomo in uniforme con un AK-47 abbastanza grande e con i bordi rossi, neri e anche verdi e gialli. Non era una foto scattata durante l’azione. L’uomo era in posa, e questo secondo me rendeva la fotografia ancora più bizzarra. Provai a nascondere la mia sorpresa quando Fatima entrò con le tazzine di caffè.

“È mio fratello” spiegò “Sono Albanese.”

Così lei veniva dall’Albania. Suo fratello era morto durante la guerra. Non riuscii a capire molto di più dal momento che Fatima parlava poco tedesco.

Di fronte a me c’era la foto di un uomo in uniforme con un AK-47 abbastanza grande e con i bordi rossi, neri e anche verdi e gialli. Non era una foto scattata durante l’azione. L’uomo era in posa, e questo secondo me rendeva la fotografia ancora più bizzarra.

“Era buono” disse, scoppiando in lacrime “e così giovane.”

Provai a deviare il discorso, ma era chiaro che per lei non c’era nulla di sconveniente a parlare del fratello.

Ricordai immediatamente il giorno in cui avevo portato Petra alla Fiera Americana dei Libri. Mentre guidavamo lungo Colonel’s Row, era rimasta sorpresa nel vedere le bandiere degli Stati Uniti e della Germania sulle facciate di tutte le case. <<Cos’è?>> mi aveva chiesto, spiegando che in Germania non si usa ostentare così la bandiera. Ancora non c’erano stati i mondiali del 2004 a rendere le bandiere una sorta di accessorio per tifosi. Ero preoccupata all’idea che il nostro patriottismo statunitense l’avesse allarmata.

Io e Fatima avemmo il caffè più educativo, sotto lo sguardo del suo fratello e del suo carro armato. Portò tutto su un vassoio con delle belle coppette per le creme e tutti gli accessori. Al posto della consueta torta, mi offrì una fetta di pane ricoperta di formaggio di pecora e olio. Mi fece capire che avrei dovuto piegare la fetta di pane a metà. Era molto buono, e mentre mangiavamo ci parlammo dei piatti tipici delle rispettive nazioni di origine, e di quelli tipicamente tedeschi. Stavamo ancora parlando quando suo marito entrò.

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Io e Fatima avemmo il caffè più educativo, sotto lo sguardo del suo fratello e del suo carro armato. Portò tutto su un vassoio con delle belle coppette per le creme.

Si diresse verso la camera da letto per smettere gli abiti da lavoro, ed uscendo si sedette accanto a noi, cosa che di solito i mariti tedeschi non fanno quasi mai. Fatima mi disse che si chiamava Flori, e anche lui si unì alla conversazione, di modo che io potei accorgermi che il suo tedesco era migliore di quello di Fatima. All’occorrenza, riusciva pure a pronunciare qualche parola in inglese per facilitarmi.

Aveva insegnato Matematica all’Università di Tirana. Lui e i suoi familiari erano stati costretti a scappare dal Paese nel momento in cui era stato sospettato di istigazione, anche se io non avevo bene in chiaro di cosa fosse stato accusato o se lui fosse o meno un istigatore. In Germania si guadagnava da vivere lavorando come imbianchino part-time. Era evidente che per la famiglia fosse una benedizione avere un lavoro di qualsiasi tipo, nonostante fosse decisamente inferiore alle sue capacità. Molti immigrati non riuscivano a trovare lavoro, e dunque la disoccupazione la faceva da padrona.

Il loro appartamento, così come tutti quelli dei condomini della zona, erano stati pagati dal governo tedesco per ospitare gli immigrati. Provarono a spiegarmi la loro situazione: dovevano essere grati di qualcosa che il governo avrebbe potuto non dare loro, e inoltre volevano cominciare a lavorare in proprio. Al contempo, però, si trovavano su una lista d’attesa per una casetta popolare e questo li rendeva impazienti.

“Ma sai come sono fatti i tedeschi” disse Fatima.

Pensai alla volta in cui, notando un quartiere di case nuove, il marito di Petra mi aveva spiegato che erano per i russi.

A questo punto, Flori volse la conversazione su di me. “Tuo marito?” mi chiese “Era in Kosovo?”

Effettivamente sì, c’era stato anche se avrei voluto che loro non me l’avessero chiesto. Le donne e i bambini nei campi profughi ci commuovevano, ma quando mio marito tornò da una missione nella regione mi aveva detto:  “Sono quasi sicuro che ci siamo schierati dalla parte sbagliata.”

 Le donne e i bambini nei campi profughi ci commuovevano, ma quando mio marito tornò da una missione nella regione mi aveva detto: “Sono quasi sicuro che ci siamo schierati dalla parte sbagliata.”

“Siamo molto grati agli statunitensi per il loro aiuto” disse Flori, con entusiasmo “Veramente!”

“Oh, no” lo rassicurai  “Era la cosa giusta da fare.”

Avrei voluto fosse vero. A quel punto il discorso volse sull’11 settembre 2001. Lui e Fatima ci tenevano a farmi capire quanto fossero rimasti scioccati guardando il telegiornale quel giorno, e che provavano una profonda pietà per le vittime. Flori parlò delle motivazioni dei terroristi, dicendo:  “È vero che ci sono problemi e incomprensioni, ma non si possono risolvere così…” Con il mio massimo sollievo, il campanello della porta suonò e interruppe la conversazione.

Era la donna che ci aveva accompagnato all’appartamento e che si rivelò essere la cognata di Fatima. Per qualche motivo si chiamava Mary. Flori non riuscì a capire il motivo della mia sorpresa nel sentire il suo nome.

“Sì” annuì  “Maryam, Maria, Mary… è un bel nome, no?”

“Sì, ma è Mary.” dissi  “Non è un nome cristiano?”

“No, no. Anche da noi si utilizza il nome Maria. C’è nella tua Bibbia, ma anche nel nostro Corano. Sì, Mary.”

Cercai di capire come potesse essere, ma lui non sembrava interessato ad approfondire, tanto più che Mary aveva portato una videocassetta che a quanto pare volevano che vedessi. Flori le fece da interprete. “È il filmato del suo matrimonio, guarda!”

“Oh!” esclamai “È sposata da poco?”

“No” rispose Flori “Da quattro anni.”

Non riuscivo a capire come mai lui insistesse a farmi vedere la videocassetta, ma sembravano tutti così entusiasti che decisi di capire perché. Mentre la videocassetta si riavvolgeva, mi parlarono del loro Paese, e di come fosse bello prima dell’orrore della guerra. Ci tennero a spiegarmi che da loro l’Islam che si pratica è molto moderato. Fatima mi indicò delle persone che pregavano rivolte verso oriente, nel video: “Noi non facciamo così.”

“Bekim lo fa” Flori tradusse quanto aveva appena detto Mary. Immaginai che stesse parlando di suo marito.

“E quindi?” chiese Flori  “È quello che ti aspetti da una casa di islamici?”

Era evidente che lui volesse continuare a scherzare, così feci una battuta dicendogli che mi sarei aspettata dei burqa. Risero molto.

“No, no!” rise Flori “Guarda che se fai una passeggiata per le vie di Tirana, avrai l’impressione di essere in una discoteca!”

Quindi avviarono la cassetta. Il video cominciava con un corteo nuziale di auto, un corteo molto povero con auto di medie dimensioni e dalle carrozzerie impolverate. Tuttavia gli occupanti delle auto salutavano l’operatore nel momento in cui l’obiettivo si focalizzava su di loro. Quando il corteo partì, si udirono delle grida di gioia. Le auto passarono attraverso le vie cittadine, caratterizzate da abitazioni fatiscenti e pericolanti, e la gioia delle persone sembrava ravvivare a malapena la devastazione. La città portava ancora in sé le ferite della guerra, e io non riuscii a godere appieno della felicità sul volto degli invitati.

Non riuscivo a fissarmi in mente il nome della città in cui essi abitavano, nonostante lo avessero pronunciato numerose volte. Mi spiegarono che il corteo era diretto alla casa della sposa, dove avrebbe mostrato loro la sua dote. Sorrisi a Mary, che abbassò lo sguardo.

“Capisci” spiegò Flori  “Nessuno aveva niente. Nessuno.”

Era chiaro che mi stavano preparando alla scena relativa all’esibizione della dote. Gli invitati entrarono nella casa della famiglia della sposa, giungendo in una stanza in cui era seduta Mary, ancora senza il suo vestito nuziale. L’arredamento era stato rimosso e i tavoli erano stati spostati per dare maggiore risalto ai suoi averi, che consistevano in alcuni vestiti, qualche accessorio e poche paia di scarpe.

Era evidente che gli invitati ammutolirono, senza sapere come comportarsi. Mary scosse la testa nel momento in cui un invitato prese un pettine e lo osservò, con aria ottimista. Fatima provò a spiegarmi, a gesti, come in tempi più prosperi le doti delle spose erano molto più ricche e come di conseguenza gli invitati e la sposa si sarebbero comportati diversamente. Sembravano scusarsi con me per il matrimonio così misero, nonostante fosse occorso quattro anni prima.

Ad un certo punto, la sposa venne fatta salire su una macchina e fu accompagnata a casa di alcuni suoi parenti affinché l’agghindassero per la cerimonia. C’era un brivido di eccitazione femminile tipico di queste circostanze. Quando tornò era avvolta in un lungo e raffinato velo, così lungo che rendeva difficile intravedere il suo vestito. Il velo sembrava seguirla come uno spirito mentre lei sscendeva dall’auto prima di essere accompagnata alla cerimonia.

Il rito non venne filmato, al contrario del banchetto. Gli invitati erano raggruppati attorno ai tavoli, come a qualsiasi banchetto nuziale. La sola differenza era che non c’era l’alcol a offrire spettacoli poco decorosi. I cibi venivano presentati su grandi vassoi, e tutti sembravano piluccare qua e là piuttosto che consumare un unico grande pranzo. Avevano molte tradizioni locali che mi spiegarono. Molte di esse riguardavano le previsioni sulla prima notte di nozze.

Nel corso del banchetto Mary non aveva più il velo, e così le si scorgeva il bel vestito decorato con perle e gioielli. Aveva i suoi capelli acconciati in modo molto elaborato, per cui sembrava tutt’un’altra persona rispetto alla donna seduta di fianco a me. La telecamera indugiava sulla sposa, e così facevano tutti gli invitati. Era evidente che avessero fatto dei sacrifici per renderla così bella. Osservava con una certa dose di distacco i giochi e i festeggiamenti. Mi chiedevo cosa significasse, mentre la osservavo, seduta al mio fianco. Mi accorsi che le lacrime le rigavano il viso, mentre diceva qualcosa a Fatima affinché traducesse per me.

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Nel corso del banchetto Mary non aveva più il velo, e così le si scorgeva il bel vestito decorato con perle e gioielli. Aveva i suoi capelli acconciati in modo molto elaborato, per cui sembrava tutt’un’altra persona rispetto alla donna seduta di fianco a me.

“Ha detto… che ama suo marito. Tanto.”  disse Fatima, come se questo spiegasse tutto. Era toccante vedere come, nonostante tutta l’attenzione fosse focalizzata su di lei, Mary pensava solo a suo marito, e dopo quattro anni la sua devozione di moglie non era minimamente cambiata.

Il video proseguì con un gruppo di uomini che presero la sposa con loro e la condussero lungo il corridoio d’entrato, quando i bambini cominciarono a bussare alla porta dell’appartamento, desiderosi di giocare fuori. Fatima, Flori e Mary si dimostrarono indisponenti per l’interruzione, ma i bambini erano testardi. Guardai l’orologio e vidi che era quasi ora di andare. Questo colse di sorpresa i padroni di casa, che evidentemente si aspettavano che restassimo per cena. Non mi ero mai immaginata questa possibilità dal momento che nelle case tedesche non c’era questa usanza, per cui dovetti insistere. Avrei potuto cambiare programma, ma la verità era che era troppo: la politica, il carro armato, il matrimonio. Era stancante, e io volevo solo tornare a casa e non dover pensare così tanto. 

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Avrei potuto cambiare programma, ma la verità era che era troppo: la politica, il carro armato, il matrimonio. Era stancante, e io volevo solo tornare a casa e non dover pensare così tanto.

Uscii dopo aver preso con me un po’di cibo da portare a casa, dietro offerta di Fatima: un po’di zuppa versata in un contenitore coperto e avvolto in un tovagliolo di modo da non farmi scottare. Salutai Flori e Mary, mentre Fatima e i suoi figli mi stavano accompagnando al piano terra. Restammo nel cortile per un po’, mentre i bambini continuavano a giocare.

Era estate, e dunque le giornate erano lunghe. Potevamo vedere la facciata della chiesa di Santa Tecla stagliarsi oltre le mura dell’appartamento. L’ombra della croce più alta cadeva sul pavimento del cortile, dove i bambini giocavano a campana. Le loro ombre si mescolavano a quella della croce.

“Sei cristiana?” mi chiese Fatima.

Probabilmente lo ero, anche se non riuscivo a ricordarmi quale fosse l’ultima volta in cui mi fossi comportata da tale. Avevo ricevuto un’educazione cattolica, ma la mia religione ora non era molto di più che un susseguirsi di cerimonie e rituali. E ora, il cattolicesimo non aveva legami con la mia vita di adulta.

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“Sei cristiana?” mi chiese Fatima.

Probabilmente lo ero, anche se non riuscivo a ricordarmi quale fosse l’ultima volta in cui mi fossi comportata da tale. Avevo ricevuto un’educazione cattolica, ma la mia religione ora non era molto di più che un susseguirsi di cerimonie e rituali.

 “Credo sia lo stesso discorso per cui tu non preghi rivolta a oriente” spiegai.

Fatima annuì, meditabonda.

“Potrei fare di meglio” disse.

Non sapevo come risponderle, soprattutto perché quel discorso non mi toccava. Così guardai il cielo e mi limitai a dire: “Sta per piovere.”

L’approssimarsi di tutte quelle nuvole nere era una scusa per tagliare corto. Volevo tornare a casa prima che cominciasse a piovere.

Passando davanti a casa di Petra, la vidi ancora fuori nel giardino. Thomas guizzò verso casa, visto che i bambini non erano fuori. Petra vide la casseruola che avevo in mano e mi chiese: “Cos’è? La tua cena?”

Io annuii, mentre lei si protendeva oltre la staccionata per annusare. “Knoblauch[1]!” Non avevo mai conosciuto un tedesco che sopportasse l’odore dell’aglio come lei.

“Com’è andata?” mi chiese  “Hai trascorso un bel pomeriggio?”

Ach! Schoen, schoen…” annuii.

Sapevo a malapena come gestire i miei sentimenti così conflittuali riguardo quanto accaduto quel pomeriggio, per cui decisi di richiamare alla mente le cose più innocue, come il pane e le coppette. Apparentemente non mi importava cosa avessi detto trovandomi a confrontarmi con quei discorsi così spinosi. Stavo realizzando che il mio comportamento li aveva delusi.

Provai imbarazzo. Solo ora stavo appurando che il fatto che mi avessero fatto vedere la videocassetta del loro matrimonio era il loro modo di offrirmi il meglio che avevano, e mi sentivo a disagio perché non potevo offrire loro altrettanto. Volevo giustificarli agli occhi di Petra. Al tempo stesso rimarcavo la loro volontà di giustificare il sistema in cui avevano creduto, e dovetti ammettere che le mie opinioni non erano tanto diverse dalle loro. Mi balenò nella testa l’immagine del fratello di Fatima con il carro armato e decisi che quel ricordo sarebbe rimasto parte di me.

[1] Aglio.

“Il loro appartamento è piccolissimo” ribadii “Veramente, hanno poche cose.”

“Oh? Per caso hanno bisogno di qualcosa?” mi chiese “Qualcosa che possiamo dare loro?”

Petra non si sbagliava, solo non riuscivo a capire cosa potesse servire loro. In quel momento le campane della chiesa di Santa Tecla batterono le sei. Il suono mi evocò un ricordo difficile da allontanare dalla mente. Sentivo come se il suono annunciasse qualcosa, ma quell’impressione passò in un attimo.

“I Vespri” disse Petra. Lo dicevano tutti a quell’ora, dopo aver sentito le campane, senza interrogarsi troppo sul significato.

Dovetti rientrare a casa, perché le nuvole avevano coperto completamente il sole. Correndo verso casa, sentii la prima goccia di pioggia sul viso, mentre il vento ovattava il suono delle campane. Thomas aspettava che gli aprissi la porta prima che cominciasse l’acquazzone. Entrati a casa, mi accorsi con sollievo che tutti i miei sentimenti negativi stavano sparendo.

Molti anni più tardi, ripensando a quel pomeriggio, avrei realizzato che le campane, il matrimonio, l’ombra della croce si ricollegavano tutti allo sguardo benevolo di Maria.

Molti anni più tardi, ripensando a quel pomeriggio, avrei realizzato che le campane, il matrimonio, l’ombra della croce si ricollegavano tutti allo sguardo benevolo di Maria.

MOGLIE IN PROVA

MOGLIE IN PROVA Dopo quindici anni di matrimonio, si stavano separando. Ed era Natale. Mi trovo nella vasta camera di una delle casette McMansion e sto ammirando il bell’arredamento costoso. Il lussuosissimo bagno, interamente ricoperto in marmo. I tappeti, selezionati con attenzione affinché si abbinassero perfettamente con le tende, e non creassero un effetto troppo … Read more

DIO ODIAVA SUSAN

Gli inglesi di religione cattolica sono mosche bianche. La madre di Susan aveva molto insistito affinché quest’ultima sposasse il suo primo marito in chiesa, per “fare le cose come si deve”. Al contrario, Susan sapeva che comunque sarebbe stato inutile: era difficile restare con il suo ex marito, sempre violento e ubriaco. Lui prestava servizio presso l’Esercito della Regina a Coles End, quando lei si recò presso il tribunale per il divorzio.

Jim, tuttavia, non era come il suo ex marito. Era un uomo molto bello, alto e dalla carnagione scura. Lavorava come ingegnere civile presso la giunta locale e riceveva un lauto stipendio. A ventinove anni, Susan era ancora graziosa: piccola, agile e allegra. Il suo sguardo aveva qualche traccia di malizia, e il suo atteggiamento rivelava l’umorismo dei suoi antenati irlandesi. Si sposarono alla svelta, in un hotel, noleggiando il sacerdote (Jim aveva detto “Non c’è bisogno che una donna divorziata paghi la Chiesa”); in seguito si trasferirono in un sobborgo di Birmingham popolato da persone di ceto agiato.

Dal momento che Susan aveva utilizzato per tanti anni la pillola contraccettiva, non riuscì a restare subito incinta. Per cui cominciò una “terapia” ormonale della durata di un anno. Così ebbe alla svelta due piccoli: un maschietto e una femminuccia. In seguito, riprese ad assumere la pillola, considerando che avere altri figli l’avrebbe portata a compromettere il suo benessere finanziario. Inoltre, Jim non sembrava molto paziente nel prendersi cura dei due bambini.

Susan trascorse i successivi anni prendendosi amorevolmente cura della sua nuova famiglia. I figli crebbero, e quando giunsero alla prima adolescenza Susan si accorse che c’erano dei problemi. Innanzitutto aveva trovato del materiale pornografico nel suo computer, poi, successivamente, sulle bollette telefoniche era riuscita a trovare dei numeri di telefono per accedere a prestazioni sessuali a pagamento. Parlandone con Jim, quest’ultimo crollò e cominciò a piangere. “Sono schiavo del sesso” ammise.

Susan si accorse che c’erano dei problemi. Innanzitutto aveva trovato del materiale pornografico nel suo computer, poi, successivamente, sulle bollette telefoniche era riuscita a trovare dei numeri di telefono per accedere a prestazioni sessuali a pagamento.

La situazione non migliorò nemmeno quando, a quarant’anni, le fu diagnosticato il cancro al seno. Poco dopo la fine del suo ciclo di radioterapia, Jim venne arrestato per la prima volta. I poliziotti erano giunti a lui in seguito ad un blitz che aveva portato all’arresto di dozzine di uomini che, come lui, erano stati coinvolti in un giro di prostituzione e di diffusione di immagini pornografiche. Dal momento che Jim era incensurato, venne rilasciato e ricevette solo un duro ammonimento. Tuttavia la malattia e l’arresto del marito avevano fortemente provato Susan, che cominciò a dormire in un’altra stanza rispetto a quella del marito, e pregava costantemente affinché quell’orrendo incubo terminasse.

Non fu così. Nel decennio successivo, il business di immagini pornografiche via Internet ebbe il suo “boom”. La terza volta in cui Jim fu arrestato, la polizia giunse a entrare in casa loro. Venne portato via sotto gli occhi sgomenti di suo figlio, di diciannove anni, e di sua figlia, di diciassette anni. Il giudice non fu clemente: Jim aveva continuato a rifugiarsi nella pornografia, fino a diventare egli stesso un commerciante di materiale pornografico: era giunto persino a far prostituire ragazze più giovani di sua figlia. Ricevette così sette denunce per prostituzione e venne condannato ad almeno venti anni di galera.

Il giudice assegnò a Susan il controllo delle finanze familiari, utili alla sopravvivenza della famiglia. Tuttavia, lei non aveva particolari abilità lavorative e così si trovò a lavorare come addetta di magazzino presso la farmacia di Boots, ricevendo un salario di 4,92 sterline (l’equivalente di 6,26 €) all’ora. Inoltre fu costretta a vendere la casa.

Un giorno, suo figlio sbottò di rabbia sul campo da calcio, e venne duramente pestato in una rissa causata dai suoi insulti indirizzati a un giocatore della squadra avversaria. Mentre si trovava in rianimazione presso il locale ospedale come seguito alle botte ricevute, Susan si trovò a piangere a dirotto nella sala d’aspetto. Fu in questo momento che la suora entrò.

Un giorno, suo figlio sbottò di rabbia sul campo da calcio, e venne duramente pestato in una rissa causata dai suoi insulti indirizzati a un giocatore della squadra avversaria.

La gente di solito ha un atteggiamento particolare quando vede una suora con la sua veste. Di solito, le confessa i suoi problemi, specialmente se a incontrare la suora è un cattolico non praticante che ha seri problemi.

Susan raccontò la sua triste storia impetuosamente. Piangendo, chiese alla suora cosa avesse fatto per meritarsi tutta quella sofferenza. Perché Dio la odiava? Voleva semplicemente una famiglia. Cosa c’era di male? È vero, aveva preso qualche scorciatoia pur di averla. Non si era sposata in una chiesa. Aveva fatto uso della pillola contraccettiva. Ma cosa pretendeva la Chiesa? Che lei si riducesse a una fabbrica di bambini? Jim non sarebbe mai stato d’accordo, a partire dal corso prematrimoniale.

Probabilmente questo è vero annuì Suor Mary Clare, guardando Susan negli occhi gonfi di lacrime. Le offrì un fazzoletto. E poi cosa ti è successo?

Se i-io avessi seguito gli insegnamenti della Chiesa Cattolica, n-non lo avrei mai sposato si trovò a dire Susan, inconsapevolmente. Per un attimo, rifletté su questa realtà. La sua vita sarebbe stata completamente diversa se avesse seguito gli insegnamenti della Religione Cattolica.

Susan fu onesta con sé stessa. Ora le era chiaro: aveva sposato un uomo anticlericale, che avversava la Chiesa e tutte le sue regole, ed aveva basato la loro vita sulle sue bugie e sulla sua dipendenza dalla pornografia.

Le dipendenze ci portano a peccare ripetutamente disse la suora, empatica catturano i nostri affetti e li trascinano via, in una spirale infernale portando poi noi a soffrire.

Susan assentì, mentre fissava il suo fazzoletto ormai sgualcito e ridotto a una palla informe. Dopo il calvario della pornografia, si sentiva distrutta. Sapeva che anche suo figlio soffriva, umiliato per via dei peccati di Jim, e chiuso nella sua rabbia profonda.

Dopo il calvario della pornografia, si sentiva distrutta. Sapeva che anche suo figlio soffriva, umiliato per via dei peccati di Jim, e chiuso nella sua rabbia profonda.

Fu da questo giorno che Susan cominciò a guarire, intraprendendo piccoli passi verso la Grazia di Dio. La sua conversione cominciò quando tornò a confessarsi, dopo aver trascorso più di venti anni senza ricevere il Sacramento della Penitenza. Il prete fu misericordioso, mentre ascoltava con attenzione la donna che gli raccontava la sua vita, a tratti interrompendosi per via dei singhiozzi. Le insegnò la Preghiera. Offro il mio futuro a Te, o Maria, che sei la mia Vera Madre, affinché lo depositi ai Piedi di Tuo Figlio. Sia fatta la Sua volontà, non la mia.

Come penitenza, dovrai recitare questa preghiera almeno tra volte al giorno; inoltre voglio che tu mentre la reciti immagini di liberarti di questo grande fardello dalle tue spalle per depositarlo ai Piedi di Nostro Signore.>> le disse. Nella penombra del confessionale, le lacrime rigavano le gote di Susan mentre la mano del sacerdote si levava per concederle l’assoluzione. Finita la confessione, Susan si inginocchiò al suo banco per molto tempo, recitando la preghiera tantissime volte.

In seguito, sentì di essere pulita: per la prima volta dopo tanti anni finalmente era in pace con sé stessa. Aveva ormai la forza necessaria che le servì a completare l’annullamento del suo primo matrimonio. In seguito, ottenne il documento che attestava la sua “diversa fede religiosa” rispetto a quella del marito. Un anno dopo, Susan ebbe una profonda conversazione con i suoi figli.

La Chiesa ha uno sguardo molto serio verso quello che io, nella mia ignoranza, ho rifiutato.  disse loro Questo, perché per la Chiesa il Matrimonio è un Sacramento, non è solo un accordo tra un uomo e una donna che si può sciogliere a proprio piacimento. Se solo l’avessi saputo prima, avrei fatto annullare il mio primo matrimonio al momento della sua fine, e questo mi avrebbe aiutato a capire che sia io che il mio ex marito ci eravamo sposati senza essere capaci di vivere nel Matrimonio. Inoltre, questo non mi avrebbe spinto a sposare vostro padre.

La ragazza scosse la testa. “Questo significa che non sarei mai nata.”  sussurrò triste. Suo fratello guardava lontano, impietrito.

“Sì.” disse Susan, calma. Quindi sorrise e abbracciò i suoi due figli. “Però sapete: Dio è sempre generoso, e mi ha dato voi, che siete la luce nella mia vita, il dono più grande che abbia mai ricevuto!”

Susan non aveva ancora detto tutto. “Se un matrimonio si apre alla Vita, il sesso diventa diverso” proseguì con determinazione, nonostante si accorgesse che i suoi figli non erano a proprio agio. “La Chiesa rispetta molto il corpo umano, lo considera tempio della nostra anima. Il corpo non è un oggetto da usare e manipolare a proprio piacimento o per “fabbricare” bambini. Il nostro corpo è fatto per essere curato, nutrito e compreso dalla persona che amiamo, oltre che da noi stessi – perché siamo fatti a Immagine di Dio.”

La Chiesa rispetta molto il corpo umano, lo considera tempio della nostra anima. Il corpo non è un oggetto da usare e manipolare a proprio piacimento o per “fabbricare” bambini.

Nel corso di quell’anno, Susan scoprì la possibilità di pianificare la vita della propria famiglia in modo naturale. Questa possibilità implicava sia la consapevolezza del proprio corpo che la capacità di controllarsi: Susan si chiese come avesse fatto a non scoprirlo prima. Tuttavia lo ammise: Jim non avrebbe mai accettato tutte queste restrizioni ai suoi “diritti” sessuali, così come non aveva accettato limiti al business pornografico che l’aveva portato alla galera.

La casa di Susan è stata venduta, e la famiglia ora vive in affitto in un piccolo appartamento per pochi soldi. Susan inoltre ha trovato lavoro come receptionist, e così si sta rifacendo una vita insieme ai suoi figli, che ora vanno sempre a Messa con la loro madre.

Per quanto riguarda Suor Mary Clare, lei ora è molto contenta che la sua missione l’abbia portata ad entrare nella vita di Susan, quel giorno, in sala d’aspetto. “Noi religiosi siamo un segno dell’Amore di Dio in questo mondo,” dice sempre. “Il nostro abito parla chiaro.”

Per quanto riguarda Suor Mary Clare, lei ora è molto contenta che la sua missione l’abbia portata ad entrare nella vita di Susan, quel giorno, in sala d’aspetto.

Seminaire De La Castille

C’est l’un des lieux lumineux de la France catholique. Nichée à flanc de colline et surplombant le bleu azur de la Méditerranée, le Séminaire de la Castille compte aujourd’hui, aussi surprenant que cela puisse paraître, 53 séminaristes. Ceci à une époque où la plupart des séminaires de France sont pratiquement vides, alors que de nombreux … Read more